Lavorare troppo può far male?

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Il Workaholism e la dipendenza da lavoro

Hai mai notato nel tuo ufficio quel collega che allo scoccare del termine dell’orario di lavoro continua a lavorare? Oppure dedica anche il proprio tempo libero alla propria mansione? Esiste, in realtà, una vera e propria dipendenza da lavoro che si sta sempre più diffondendo nella realtà moderna lavorativa: il workaholism.

Questo termine è stato utilizzato per la prima volta dallo psicologo Wayne Oates nel 1971 nel libro “Confessions of a workaholic: the facts about work addiction” per indicare la tendenza a sviluppare una dipendenza comportamentale da lavoro. Chi è affetto da workaholism sviluppa degli atteggiamenti mentali e comportamentali ossessivi che influiscono sul proprio benessere psicofisico e sulle relazioni interpersonali, al pari di una dipendenza da alcol e droghe.

Troppo lavoro o lavorare troppo?

Seppur il dedicarsi “anima e corpo” al lavoro venga visto nella società moderna con una connotazione positiva – il cosiddetto stakanovista – il workaholism è a tutti gli effetti una dipendenza caratterizzata da ossessività, impulsività e compulsività (Baruch, 2011). Il lavoro diviene un tentativo di evasione dal disagio personale, che – come una droga – permette di non pensare alle problematiche della vita. D’altronde il lavoro è un tipo di droga che a differenza di altre, è socialmente accettato.

Chi lavora troppo è spesso premiato e viene visto come un lavoratore produttivo ed efficiente. Ma i comportamenti lavorativi nel workaholism tendono all’eccesso, sono guidati da una compulsione a concentrarsi o a pensare in maniera sproporzionata alla vita professionale, tanto da mettere in secondo piano ogni altro aspetto della propria vita personale.

Identikit del workaholic

Il maniaco di lavoro ha sbalzi d’umore e può abusare di sostanze stimolanti – come la caffeina – per mantenere ritmi di produzione elevati. La letteratura scientifica sottolinea come il workaholic tenda a sottovalutare le conseguenze negative sulla salute e relazioni: dedicano gran parte della propria giornata al lavoro, sono inquieti e/o sviluppano delle vere e proprie crisi di astinenza se qualcosa impedisce loro di lavorare (Castiello d’Antonio, 2010). Nel workaholism, non si riesce a definire un confine preciso tra la realtà privata e quella lavorativa. Un semplice weekend di riposo viene visto come un qualcosa di negativo. Preferirebbero continuare a lavorare a ritmi serrati e a essere assorbiti dalle proprie faccende piuttosto che staccare la spina e dedicarsi a sé o ai propri cari. 

I workaholic hanno una personalità molto ambiziosa e tendono al perfezionismo: la valutazione della loro persona sarà strettamente connessa alla valutazione del proprio lavoro. Il livello di autostima è legato al concetto di denaro e successo, che può nascondere l’esigenza di fuggire dai rapporti relazionali per incapacità di coltivarli o di saper rispondere alle aspettative degli altri, o ancora, cercare di colmare il vuoto interiore dedicandosi totalmente al lavoro per non affrontare i propri disagi interiori.

Ovviamente ciò ha delle ripercussioni sul benessere psicofisico della persona: i dipendenti da lavoro presentano difficoltà nella comunicazione, problemi relazionali con familiari e amici, arrivando ad un minor coinvolgimento emotivo o perfino all’isolamento sociale.

Il valore di dedicarsi a se stessi

Affrontare tale problema significa dare gli giusti spazi e tempi alla vita lavorativa, ritrovando l’equilibrio e la capacità di intimità con se stessi e gli altri. Il primo passo per affrontare questa dipendenza sarà sicuramente abbandonare il perfezionismo, imparando a delegare e a saper stabilire precisi limiti. Sarà inoltre essenziale ammettere e riuscire a definire tale disagio: riconoscere l’esistenza di una problematica è il primo passo per poter garantire un efficace percorso terapeutico. Si dovrà sottolineare l’importanza e la necessità di stabilire rapporti sociali, ma anche dar spazio a se stessi. A volte concedersi l’opportunità di poter pranzare seduti ad un tavolo o potersi dedicare ad una passione personale permette di rigenerare il corpo e la mente, perché, come diceva Gilbert K. Chesterton, “Ai giorni nostri, la parte peggiore del lavoro è ciò che capita alla gente quando smette di lavorare”.

Bibliografia

Wayne Oates (1971) Confessions of a workaholic: the facts about work addiction. World Publishing Company.
Baruch, Y. (2011) The positive wellbeing aspects of workaholism in cross cultural perspective: The chocoholism metaphor. Career Development International, Vol. 16 No. 6, pp. 572-591.
Castiello d’Antonio, A. (2010). Malati di lavoro. Cos’è e come si manifesta il Workaholism. Roma: Cooper.