UNIVERSITÀ: atenei verso la riapertura a singhiozzo tra incentivi e disuguaglianze

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Nuove sfide, nuove modalità. Come sta reagendo il mondo delle università italiane alla crisi sanitaria e sociale?

Il report redatto da Svimez (associazione per lo SVIluppo dell’Industria nel MEZzogiorno) parla chiaro: per l’anno accademico 2020-2021 è prevista una flessione al ribasso delle nuove immatricolazioni negli atenei italiani. Saranno infatti 10.000 mila in meno gli studenti che sceglieranno di continuare gli studi rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, due terzi dei quali provenienti da nuclei familiari del meridione. Il rapporto si basa sulle conseguenze che la crisi del 2008-2009 ebbe sul PIL nazionale e come questo andò a influire sul numero di neodiplomati che poterono permettersi di investire sulla propria istruzione.

Non è un caso che due studenti su tre fra quelli che non si concederanno di proseguire gli studi proverrà da una regione del Sud. Considerando che il Governo nei vari Dpcm ha sistematicamente snobbando piani d’azione concreti per il comparto universitario – estremamente vitale per la futura ripresa economica del paese – è facile prevedere che durante un periodo di recessione generalizzata a farne le spese maggiormente saranno coloro i quali avevano difficoltà finanziarie pregresse. E se questa contingenza storica porta ad effetti concreti sulle disponibilità economiche degli italiani, ecco che formazione e istruzione passano in secondo piano.

E sono altrettanto conosciute le insidie che hanno gravato sulla categoria degli studenti, soprattutto se emigranti, prima additati come untori e poi completamente dimenticati da ogni intervento di sostegno erogato dallo Stato nelle fasi più buie del lockdown che ha paralizzato la nazione. 

Si, perché troppo poco si è parlato di coloro i quali vivono e studiano in una città diversa da quella di origine. Quei fuorisede che hanno continuato a pagare l’affitto delle proprie stanzette e le tasse universitarie senza però usufruire appieno di questi servizi. Ragazzi, per lo più giovanissimi, che campano con una borsa di studio (quando arriva) o con lavoretti saltuari che oramai hanno il sapore di un ricordo del passato. I più fortunati hanno comunque potuto contare sull’appoggio dei propri genitori, qualora non avessero perso anch’essi il posto di lavoro. Per loro il Governo non ha disposto alcun bonus e nessuna indennità: la questione è stata lasciata alle Regioni, che l’hanno recepita in maniera differente, producendo discrezionalità molto ampie. 

La regione Campania ha erogato finora solo un bonus di 250 euro per l’acquisto di dispositivi elettronici per la didattica a distanza. Non ha invece supportato il pagamento delle pigioni per gli affitti, come ad esempio ha fatto la regione Basilicata. Tra le varie proposte dello stesso rapporto Svimez, vi è quella di estendere la no-tax area (che prevede l’esclusione dal pagamento delle tasse universitarie e varia da un ateneo all’altro) ai redditi fino a 20.000 euro su base nazionale, in modo da agevolare le future immatricolazioni.

Una strada simile è già stata scelta da alcuni atenei del sud Italia. In Sicilia ad esempio, dove una iniziativa della regione prevede oltre all’azzeramento delle tasse, un bonus di 1.200 euro una tantum per i siciliani residenti altrove che decideranno di tornare a studiare in regione. In questa stessa direzione si muovono i rettori di altre università meridionali, dalla Puglia alla Calabria. Se queste iniziative appaiono legittime nell’ottica della sana concorrenza tra gli atenei nazionali per attrarre studenti, lo sono ancor di più se si pensa alle opportunità che possono scaturirne per le facoltà presenti al Sud, da sempre scartate dagli stessi meridionali a favore degli atenei settentrionali. Non è però dello stesso avviso il ministro Manfredi, che accenna alla possibilità di bocciare queste iniziative, con l’obiettivo di “garantire pari opportunità agli studenti e libertà di scelta […]“. A quale libertà di scelta si riferisca il ministro per l’Università, non è dato saperlo. 

E mentre si continua a discutere sulla necessità o meno di chiudere locali e discoteche (che sono aperte, va ricordato) qualora non vigilino sull’obbligo di far utilizzare i dispositivi di protezione individuale, i vari atenei sparsi in tutta Italia prendono decisioni singolarmente per sopperire alla mancanza di un coordinamento centralizzato. Alcuni, come quello federiciano a Napoli hanno già svolto sedute di laurea in presenza nei dipartimenti di Sociologia e di Ingegneria. Mentre da settembre dovrebbero riprendere le lezioni nelle classi, ma solo per quelle dei neo-immatricolati in corsi triennali e magistrali. Così la situazione si distribuisce a macchia di leopardo lungo la penisola: tutti riapriranno, alcuni continueranno con le lezioni online, altri ancora sperimenteranno un mix tra didattica a distanza e lezioni in presenza.

È facile immaginare come un clima tanto frammentato favorisca l’insorgere e il sovrapporsi di nuove disuguaglianze sociali tra chi ha accesso al consumo, sotto forma questa volta di industria della cultura e chi, come spesso accade, vedrà negarsi questo diritto.


[“Report SVIMEZ su iscritti alle università”: http://lnx.svimez.info/svimez/crolleranno-gli-iscritti-alle-universita/ ]

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