Un incidente con la “pedicolare”, diario di una disavventura

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La ferita, la pezza e la sutura, “fai da te”. L’antenato di#FIXATO

Un giorno qualunque, ore 12 circa, via Medina altezza chiesa San Diego dell’Ospedaletto, dirimpetto alla Questura.

Una serie di paletti, collegati tra loro da catene, delimitano una zona; all’interno ci sono parcheggiati numerosi “dueruote”.

In una delle consuete gincane, cui si è costretti a Napoli, in pedicolare, mi sono imbattuto nel tragitto citato. Tra alcuni paletti le catene sono spezzate, o divelte, e passando ho sentito netto il classico rumore di una “stracciatura”. Il resto è facilmente evincibile. Nessuno che si periti di verificare lo stato dell’arte. Basterebbe una lima per levigare i pericolosi “spuntoni” appuntiti. La giacca è “andata”, ma meglio una giacca che la capa di un bimbo. Non escludo, nei prossimi giorni, di passarci con l’attrezzo adatto e sistemare. 
Intanto, a danno consumato, cerco in qualche modo una soluzione, per richiamare l’attenzione dei futuri passanti, limitando quanto possibile eventuali altri danni.

Giorno successivo, ore 10,30 circa

Provvedo a fare così: un corposo batuffolo d’ovatta assicurato alla parte pericolosa da diversi giri di nastro adesivo.

Un distinto signore, dalla parte esterna, mi osservava. Dall’atteggiamento fisico sembrava attendesse qualcuno e, nel mentre, era incuriosito dal mio armeggiare. Mi si è avvicinato in modalità da punto interrogativo ed io, già prima che mi chiedesse, gli ho spiegato riassumendo l’accaduto.
A operazione ultimata, con un sorriso l’ho salutato e lui mi replica: “La stavo guardando da quando si è messo all’opera e avevo capito che lei è un bene della collettività”.

Da qualcuno in privato, da altri nei commenti social, mi è stato fatto notare come il rattoppo richiamasse alla mente una medicazione. In effetti è proprio quello che volevo si capisse; evidentemente ci sono riuscito.

Avevo pensato ad andare sul posto con una lima ed una pinza, poi mi sono detto che Napoli è una città, spesso, con inaspettati “zelanti” e che l’articolo 635 del c.p. poteva essere in agguato. Vai a spiegare che stavi solo eliminando una pericolosa insidia. Il danneggiamento di bene pubblico me lo avrebbero contestato senza problemi. Poi, mi ero quasi persuaso ad acquistare (eventualmente presso un negozio di ferramenta) uno di quei nastri bianchi e rossi che “esprimono” e “richiamano” un pericolo. Volevo fasciare l’intero paletto e appiccicarvi anche un piccolo avviso, su un cartoncino, con la scritta “PERICOLO”. Però, ho ancora detto a me stesso, l’articolo 639 c.p., anche se depenalizzato (se non erro) e, quindi, di competenza del giudice di pace, contempla comunque un deturpamento di cosa pubblica. Allora ho, infine, optato, per una “medicazione”. Un fatto necessario. 

Adesso, a qualcuno, può sorgere spontanea la domanda: “Ma perché non hai avvertito chi di dovere?”. 

La risposta è assai semplice e qui la riassumo. Mesi orsono sono incappato in un altro disguido. Non mi è accaduto nulla, ma poteva accadere a chiunque di danneggiarsi. Mi sono fermato al primo “punto idoneo” che ho incontrato e ho fatto presente il fatto. I componenti del “punto idoneo”, gentilissimi e assai efficienti, mi hanno fornito immediatamente  un numero di telefono, al quale chiamare e fare presente quanto in argomento. Ho ringraziato (anche se mi sono chiesto perché non potessero procedere  loro stessi alla segnalazione) e ho subito iniziato a chiamare. Non ricordo per quanto tempo ho provato, non ha importanza, ma ho finalmente udito:

Pronto …(omissis)”. 
Buongiorno, mi scusi, volevo segnalare che…così, così e così. 
Ma è su un marciapiede?, è sulle strisce blu? è su un passo carrabile?” 
No, scusi… come ho cercato di spiegarle il fatto è…(ri)così, (ri)così, e (ri)così. 
Va bene, adesso passiamo la notizia”. 

Penso che, la notizia stessa, sia ancora in viaggio con un piccione viaggiatore che ha perso l’orientamento.

Ecco perché ho preferito la medicazione. E’ una specie di linguaggio “criptato”. D’altra parte faccio parte di una razza “sinergologica” e, per fortuna, ne ho imparato in fretta, sin da ragazzo, l’importanza. Mi rendo conto che non è cosa semplice, ma è davvero un dono, soprattutto quando la si condivide con altri cultori. Un, seppur lieve, movimento di una parte del corpo, appena uno sguardo, e le parole diventano inutili, superflue. Perfino fastidiose.

Questo il fatterello. Grazie per l’attenzione.

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