Test rapidi di massa a metà della popolazione: il primato della Slovacchia

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Il progetto, avanzato dal neo premier Matovic per “salvare” la Slovacchia dal Covid-19

Un’ operazione straordinaria è stata quella messa in atto a partire dal 31 Ottobre in Slovacchia: test rapidi di massa a cui sottoporre l’intera popolazione. Piano sicuramente ambizioso, ma resosi necessario secondo le autorità governative per evitare che, a fine Novembre, si possa verificare un collasso delle strutture ospedaliere a causa del sovraffollamento e della fragilità del sistema sanitario. Difatti dalla fine dell’estate, i numeri dei contagiati sono aumentati vertiginosamente: 219 morti e 57.664 positivi. Numeri nettamente inferiori rispetto a quelli degli altri paesi europei, ma molto maggiori rispetto a quelli registrati nella scorsa primavera.

La proposta del Premier, ma la presidente non approva

La proposta, avanzata dal premier Igor Matovič insieme con i ministri della Difesa Jaroslav Naď, dell’Interno Roman Mikulec e della Salute Marek Krajč, è stata definita: “la più grande operazione logistica dall’Indipendenza”.

“ La Slovacchia è in una situazione peggiore della Repubblica Ceca. Non c’è soluzione: o test di massa rigido o lockdown.”

Ministro della Salute Marek Krajč

La campagna di test messa in atto, è stata invece definita “irrealizzabile” dalla presidente progressista, Zuzana Caputova, giudicando insufficiente il numero degli operatori sanitari necessari per condurla.
Il ministero della Difesa, ha affermato che solo il 20% degli operatori sono stati chiamati all’ordine.

Test rapidi di massa: l’ambizioso piano

Nonostante le incertezze ed i pareri avversi l’obiettivo da raggiungere era ben chiaro: testare tutta la popolazione, che conta circa 5,4 milioni, al di sopra dei 10 anni. Il piano, che si vuol raggiungere in due fine settimana ha ottenuto risultati straordinari. In totale, sono state testate 3.625.332 persone, delle quali 38.359 sono risultate positive al coronavirus, pari all’1,06%.
La partecipazione non è obbligatoria, ma chi non lo fa deve mettersi in quarantena. Se qualcuno fermato dalla polizia è privo di certificato negativo, incorre in una multa di 1.650 euro.

La grande mobilitazione: i numeri

“L’Europa ed il mondo ci guardano”, ha affermato il Premier slovacco. L’iniziativa , definita “responsabilità condivisa”, ha conseguito un buon successo se si guarda ai numeri: circa 40.000 sono stati i collaboratori mobilitati (membri delle amministrazioni locali, delle forze dell’ordine e dei vigili del fuoco, circa 14.500 operatori sanitari, oltre a migliaia di volontari). Il Premier, ha manifestato soddisfazione nel constatare la responsabilità e la buona condotta dei cittadini.
Ha ammesso che una partecipazione così calorosa dei cittadini, è stata assolutamente inaspettata.

Test rapidi di massa: i problemi logistici

Risultati ottimi di contenimento, si sono raggiunti anche nella gestione efficiente delle file innumerevoli e degli assembramenti e nel risolvere celermente problemi logistici: quali mancanza di materiale o episodi di insubordinazione.
In realtà, le premesse non erano di buon auspicio. Difatti, non tutti i 5.000 punti di prelievo sparsi per il Paese, hanno aperto le loro operazioni la mattina del 31 Ottobre. I problemi erano già nell’aria: mancanza di operatori sanitari e di materiale. Il Ministro della Difesa Jaro Nad, aveva dichiarato nei giorni precedenti che erano necessari circa 3.000 dottori ed infermieri per garantire test per tutti.
Sul web difatti, era nata un’ingente campagna di mobilitazione a cui si è in seguito unita la promessa di un bonus economico extra di 500 euro. Operatori sanitari sono giunti anche dall’Ungheria e dall’Austria, mostrando un grande spirito di collaborazione.

Violenza e ritardi: le conseguenze dei test rapidi di massa

Non sempre l’organizzazione si è mostrata lungimirante, soprattutto nei centri più popolosi. Colonne d’auto dense, traffico intenso, file lunghissime: è l’immagine che Bratislava ed altre città più densamente abitate danno di sé la mattina del 31 Ottobre, registrando tempi d’attesa per un test che talvolta raggiungono le tre ore. Brevi video, riprendono scorci di tali affollamenti e di agitazione dell’ordine pubblico. Nonostante gli avvisi e le informazioni date a tutti i cittadini, circa le procedure da adottare in caso di positività, diversi sono stati gli episodi di confusione.
Inoltre, più persone hanno tentato di ripetere il test più volte, dubitando del risultato positivo. In tali casi, i suddetti individui sono stati denunciati per la possibilità di contagio di una malattia infettiva.
Scene di inquietudine, si sono verificate anche dinanzi a più soggetti presentati ai test in stato di ebrezza, spesso senza mascherina, generando panico con il coinvolgimento delle forze armate.

Un esperimento discutibile?

L’intera operazione, sarebbe costata al governo 75 milioni di euro.
Un investimento importante, ma necessario. Circa 13 milioni sono stati i test rapidi antigenici acquistati. Secondo molti studiosi, essi sarebbero di certo meno attendibili rispetto ai test PCR, ma avrebbero dalla loro il merito di una maggiore rapidità.
Quanto può essere considerata efficace, nell’arco di un lungo asse temporale tale campagna adottata? L’esigenza di uno screening popolare celere, può giustificare una mobilitazione così grande e dai risultati incerti? Solo il tempo potrà elaborare la sua risposta.
Di certo, l’esperimento slovacco è sotto gli occhi di tutti e difficilmente replicabile da parte di nazioni ben più grandi rispetto alla piccola realtà in questione.



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