Il Sud Italia e l’eredità “pensante” di Carlo Levi

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Settantacinque anni dopo la pubblicazione della prima edizione di “Cristo si è fermato a Eboli”, molte delle peculiarità della cultura meridionale descritte dall’autore sono ancora vive e presenti. Ma sotto la nuova veste dell’orgoglio culturale.

È passato quasi un secolo da quando, nell’estate del 1935, Carlo Levi venne condannato – per mano del regime – al confino nelle “lande desolate” della Lucania, a causa della sua sospetta militanza anti-fascista. Delle esperienze del confino scriverà, dieci anni dopo, in quello che è il suo romanzo più famoso e apprezzato, considerato tra i capisaldi della letteratura europea del ‘900.

Ma Cristo Si è fermato a Eboli non è soltanto un romanzo autobiografico. Seppur – come stesso l’autore ammette – il libro

“fu scritto molti anni dopo l’esperienza diretta da cui trasse origine, quando le impressioni reali non avevano più la prosastica urgenza del documento”

Il capolavoro di Carlo Levi può essere inquadrato in diversi generi letterari e accademici. È certamente un romanzo, ma è anche una perfetta analisi sociologica, antropologica ed economica del contesto del Meridionale post-unitario.

Il contesto

Carlo Levi si è immerso nell’universo della cristianità pagana e della vita contadina delle genti meridionali, ed è stato uno tra i migliori osservatori di questo contesto tanto particolare.

Lui, che non era né cristiano né contadino. Era infatti un medico, un pittore, un piemontese ed un ebreo, un esponente della borghesia torinese. Ma soprattutto era uno studioso e un intellettuale critico. Figura incompatibile con le necessità del regime fascista. Ed è forse dal fatto di condividere un destino simile – fatto di oppressione e prevaricazione – che nasce la forte empatia che ha caratterizzato, da subito, il rapporto tra lo scrittore settentrionale e i popoli meridionali.

Anche in questi ultimi, era vivo e palpabile il risentimento nei confronti di uno Stato che, già in partenza, aveva deciso di limitare (e spesso precludere) ogni possibilità di sviluppo ai territori dell’ex Regno delle due Sicilie.

Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia”.

Così recita il capitolo iniziale del romanzo. Ed è già una perfetta sintesi del contesto di degrado, tanto spirituale quanto materiale, che molte province del Sud – e non solo la Basilicata – sperimentavano all’epoca.

Levi ha saputo cogliere alla perfezione alcuni aspetti che riguardano specificatamente la cultura meridionale, frutto delle particolari vicende storiche che hanno attraversato la penisola nei secoli passati.

La cultura, qui va intesa come l’insieme di pratiche e strumenti, materiali e non, sviluppati e modellati per far fronte alle questioni della vita sociale. Quello che Levi osserva e raccoglie è l’insieme delle credenze, dei rituali religiosi e delle rappresentazioni che i meridionali avevano dell’autorità e della religione. Ma così come il concetto di “Stato” non è arrivato fin quaggiù, allo stesso modo non vi è arrivato il Cristianesimo.

Quantomeno, non nell’accezione comune che vede la Chiesa come un sistema di potere centralizzato. La cristianità dei contadini lucani e meridionali, era diversa.

Era arcaica, nel senso che ha mantenuto per millenni un substrato fondamentalmente pagano, legato quindi all’adorazione degli elementi della natura che li circondava, dall’animale alla roccia.

Si sono perse le tracce delle divinità degli osci, dei latini e dei greci che per primi hanno colonizzato queste terre. E con la nascita e la diffusione del cristianesimo – imposto poi come religione del popolo – queste credenze, cristiane e pagane, si sono mischiate ed evolute in maniera sincronica e particolare.

Tanto particolare che saranno oggetto privilegiato dei ricercatori sociali durante tutto il novecento, come lo furono per Ernesto De Martino – uno dei più grandi antropologi italiani – che proprio dall’analisi del contesto lucano, pugliese e napoletano elaborò buona parte delle sue teorie sui rituali e sulle pratiche proprie della cultura meridionale.

Anche nell’ex capitale del regno, nell’area napoletana, erano ancora vive quelle credenze e quelle pratiche direttamente riconducibili ad una matrice antica e pre-cristiana, seppure mitigate dal fatto di essere immerse in un contesto di più ampio respiro, essendo Napoli già allora una sorta di metropoli ante litteram. Ne sono un esempio la proverbiale scaramanzia dei partenopei, oltre che le figure legate alla vita contadina, come – ad esempio – u’munaciell /munacidd, personaggio solitamente benefico comune al folklore di molte zone del sud Italia.

Eredità meridionale

Questo particolare insieme di credenze, pratiche e modi di intendere le relazioni e ciò con cui oggi si identifica più facilmente la cultura meridionale. È quello che noi stessi, generazione attuale, consideriamo appunto folklore. Seppur queste tradizioni siano ancora vive e sentite, hanno certamente perso il ruolo centrale, una volta insite nell’esistenza delle persone. Diversi fattori hanno fatto in modo che, seppur lentamente e in modo incompiuto, anche il meridione d’Italia raggiungesse livelli di sviluppo e scolarizzazione sufficienti, che hanno spazzato via le antiche e arretrate credenze.

Noi giovani meridionali non crediamo (come i nostri antenati) alle streghe, ai monacelli, o alle fascinazioni. Ma siamo ben consapevoli che è proprio questa la forma mentis che ha contribuito a generare la cultura meridionale di oggi, con quei valori che nel bene e nel male ci contraddistinguono.

Probabilmente, mai come al giorno d’oggi è sentita e condivisa la visione che vorrebbe riscattare il sud Italia valorizzandone i valori e la cultura originaria. In molte città del sud sono ormai presenti circoli meridionalisti, alcuni dei quali hanno anche pretese politiche. Ma tutte si battono per valorizzare l’immagine del Meridione e del meridionale, da sempre relegato ad un ruolo secondario. Molte di queste sono frequentate da giovani, che finalmente hanno una visione chiara della sproporzione tra il nord e il sud della penisola. Una situazione che va avanti da quanto l’Italia venne unificata sotto un’unica bandiera.

Carlo Levi non fu certo il primo ad accorgersi della disparità di trattamento riservato dallo Stato alle regioni del sud. Prima di lui diversi politici del tempo, terroni di un certo spessore come Francesco Saverio Nitti o Giustino Fortunato, avevano più volte denunciato le condizioni di arretratezza nella quale vivevano i meridionali.

Ma il più grande contributo di Carlo Levi alla questione meridionale, è stata l’ampiezza della diffusione del suo romanzo e del suo pensiero. Ci ha concesso di poter ammirare con rispetto il nostro passato e la nostra cultura. Ci ha regalato un modo alternativo di pensare al Sud Italia, fatto di magia, sacrificio e determinazione.

Bibliografia

Le frasi in corsivo sono riprese direttamente dalla prima edizione del romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” – Levi, C. (1945). Firenze: Einaudi.

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