Spose bambine: il matrimonio da incubo

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Spose bambine: 33.000 bambine ogni giorno nel 2020 sono state obbligate a contrarre matrimoni

Quello del matrimonio è un sogno ricorrente per molte bambine e bambini. 
Il presupposto su cui si fonda questa fantasia è l’immaginarsi grandi. Nessuno di loro immagina di andare all’altare ancora bambino
“Quando sarò grande…” 
Sognare di fare ogni cosa nei tempi giusti. Sognare di fare ogni cosa per propria consapevole decisione. 
Le statistiche indicano chiaramente che la libertà di scegliere non è un privilegio di tutti e che il diritto all’infanzia non è tutelato come fondamentale in ogni paese. Milioni di bambine ogni anno vengono date in spose rischiando la vita a causa di gravidanze precoci e inimmaginabili violenze. Non stiamo parlando del Medioevo. Parliamo del 2020 in India, in Pakistan, in Kenya e in tanti altri paesi. 

Iniziative per tutelare le spose bambine

Le stime del 2020 indicano che ogni giorno 33.000 bambine siano state obbligate a contrarre il matrimonio (secondo i dati Dati Unfpa, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione – Rapporto sullo stato della popolazione nel mondo 2020).
Associazioni come ActionAid o Save the children abbracciano la causa e tramite l’adozione a distanza garantiscono la possibilità a chiunque, nel proprio piccolo, di contribuire a far conoscere un mondo diverso a queste vittime innocenti. 

Lo spot di ActionAid

Lo spot di ActionAid, che vede come protagonista Michela Giraud, verte proprio su questo punto

“Diciamocelo, su… da piccole tutte abbiamo sognato il matrimonio, ci siamo abbuffate di cartoni animati, film, serie tv con principi come Eric, Romualdo, John Smith, Filippo… Tutti loro ci comunicavano un messaggio chiaro: bambine piazzàteve! Da grandi sposatevi uno di noi!”

Michela Giraud

Il matrimonio è una cosa da adulti, ed è compito degli adulti tutelare il diritto di ogni bambino alla libertà e alla sicurezza.

Save the children racconta la storia di Aisha

In un video pubblicato dall’associazione Save the children Aisha racconta la sua storia. 
A soli tredici anni è costretta a sposare un uomo adulto.
Ciò che colpisce di Aisha è lo sguardo da donna impiantato contro natura in un viso da bimba. Occhi grandi, consapevoli e vissuti. La voce di una donna che conosce già troppo, forse anche già stanca. Ma il corpo e il viso la tradiscono: Aisha è ancora una bambina, anche se non può più giocare. La spensieratezza è un lusso di altri.
Racconta di aver tentato la fuga più volte nell’arco dei nove mesi vissuti con l’uomo sposato, ma è sempre stata costretta a tornare indietro. Racconta di non andare d’accordo con lui “per via della differenza d’età”. Quasi come fosse una sua colpa. 
Dopo poco Aisha resta incinta e durante la gravidanza non si sente bene a causa di una brutta forma di anemia. Non le è possibile partorire naturalmente e la ripresa è lenta e dolorosa. Aisha è sopravvissuta e all’età di quattordici anni sta crescendo una bambina. 

L’epilogo di una sposa bambina

Aisha è sopravvissuta, la sua unica fortuna, se c’è qualcuno che la ascolta, è poter raccontare. 
Tutto ciò che può sperare è che qualcuno, dotato dei mezzi necessari, raccolga il suo messaggio e si muova verso di lei. Verso di loro. Perché non è sola.
Quando storie come questa riescono ad arrivare da qualche parte, esiste il dovere morale di raccogliere le richieste di aiuto e diffonderle.
Perché se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, fa rumore. In questo caso, poi, l’urlo è straziante.