Simonetta Cesaroni, Cronaca di un delitto senza giustizia

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Quello del delitto di Simonetta Cesaroni, meglio conosciuto come il delitto di via Poma, è sicuramente uno dei casi più complicati degli ultimi venti anni

3° Capitolo

Verso le ore 20.00 Volponi decide di andare presso gli uffici della Reli dove, scritto su una agenda, aveva il numero della ex moglie di Bizzocchi, la quale forse poteva aiutarli a rintraccialo, visto che solo lui conosceva l’indirizzo dell’ufficio dove si recava Simonetta Cesaroni.
Al gruppo formato da Paola, Antonello e Volponi si unisce suo figlio Luca rientrato da poco a casa. I quattro si spostano in via Maggi dove ha sede la Reli.  

Il tempo passa e dopo alcune telefonate e molte ricerche il gruppo riesce a risalire a risalire al nome e all’indirizzo dell’ufficio; l’A.I.A.G in via Poma 2.
Rintracciano anche Bizzocchi che era in ferie in Calabria, in quale, li informa che il complesso di via Poma è molto grande e che loro devono an dare al 3 piano della scala B.

I quattro arrivano davanti al cancello di via Poma probabilmente intorno alle 23.00. Suonano qualche campanello tra cui quello della portineria, ma nel palazzo quasi deserto, non sembra esserci anima viva.   
Luca Volponi, allora, scavalca il cancello e a individuare il pulsante interno per l’apertura del portoncino.
A quel punto entrano tutti nel cortile.

Si intravede una luce che fuoriesce da una finestra all’altezza del suolo.
E’ l’appartamento del portiere Pierino Vanacore, lui, però, non è in casa in quel momento. Si trova presso l’appartamento dell’Architetto Cesare Valle, un anziano inquilino del palazzo che ha paura di dormire a casa da solo.
In casa, però, ci sono la moglie di Vanacore, Giuseppa De Luca assieme al figlio di Vanacore, Mario, e sua moglie.  

Volponi e Paola Cesaroni spiegano velocemente la situazione e chiedono di poter entrare nell’appartamento.   

Su questo episodio e sugli eventi immediatamente successivi le ricostruzioni date dai protagonisti divergono in alcuni particolari. Secondo alcune ricostruzioni per convincere la moglie di Vanacore a dargli le chiavi, Volponi avrebbe addirittura detto qualcosa tipo “Signora si ricorda di me?”  

Questo particolare è stato confermato da Mario Vanacore, il figlio del portiere e la signora De Luca, durante il processo, confermerà di aver visto spesso Volponi frequentare gli uffici dell’A.I.A.G. prima di quella sera.

Volponi, dal canto suo, ha sempre sostenuto di non essersi mai recato a quell’indirizzo prima di quella sera.      
La portiera telefona a casa dell’architetto Valle per consultarsi con il marito. Alla fine prende le chiavi di scorta e accompagna i quattro davanti alla porta dell’ufficio dell’A.I.A.G.       
Tra una cosa e l’altra si sono fatte circa le 23.15.

La porta è chiusa con tre, o forse, quattro mandate. Il primo ad entrare è Salvatore Volponi. L’ufficio è immerso nel buio ma dalla stanza di fronte l’ingresso, però, filtra una luce.

Secondo la ricostruzione di Paola Cesaroni, Volponi sarebbe entrato in questa stanza e trovandola vuota, si sarebbe diretto direttamente nella stanza infondo al corridoio.    
Secondo Volponi, invece, nell’ufficio sarebbero entrati quasi tutti e si sarebbero divisi nelle varie stanze alla ricerca di Simonetta.  
Pare, comunque, che sia stato Volponi a scoprire il cadavere di Simonetta nella stanza in fondo al corridoio.   
Secondo Mario Vanacore, che in quel momento era sul pianerottolo fuori dalla porta d’ingresso, Volponi, uscendo dall’ufficio dove giaceva il cadavere di Simonetta, avrebbe esclamato “Bastardo”.
Si tratta di un esclamazione senza valore o si riferiva a qualcuno in particolare?

Il ritrovamento del cadavere di Simonetta Cesaroni

La scena che si materializza di fronte ai presenti è comunque agghiacciante.
Simonetta Cesaroni è morta, massacrata da ventinove coltellate sferrate con violenza su varie parti del corpo. E’ quasi nuda, indossa solo i calzini e il reggiseno. Giace supina con le braccia aperte, adagiato all’altezza dell’addome un corpetto di cotone.

Sono due le cose che sorprendo subito gli investigatori accorsi in via Poma quella notte. L’ordine, quasi perfetto, che regna nell’ufficio, come se l’omicidio fosse avvenuto altrove o l’assassino avesse rimesso tutto apposto e la totale mancanza di sangue nonostante il gran numero di coltellate inferte alla povera ragazza.

Subito gli inquirenti pensano che qualcuno abbia ripulito la scena del crimine. Tra l’altro non si repertano impronte digitali di estranei all’ufficio, se si escludono quelle di chi ha rinvenuto il cadavere. Si profila quasi da subito l’idea che l’assassino abbia pensato di trafugare il cadavere. Per quale motivo?

Perché perdere tanto tempo compiendo quelle azioni con il rischio che qualcuno possa sopraggiungere? A che scopo spostare il cadavere quando un qualsiasi controllo o analisi scientifica, anche se i mezzi di allora non erano quelli di adesso, avrebbe sicuramente rivelato che l’omicidio era avvenuto nell’ufficio dove la ragazza si recava due volte a settimana.

Si volevano forse allontanate le indagini dall’A.I.A.G. o da quel palazzo? Oppure si è trattato solo di un tentativo di depistaggio?
Ma soprattutto chi, o che cosa, poteva garantire all’assassino o comunque a chi ha ripulito la scena del crimine che nessuno sarebbe sopraggiunto cogliendolo in fragrante?

Manca sempre qualcosa…continua

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