Il settore delle ICT e il genere: l’algoritmo è donna!

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Il gap di genere è realtà

Quando si pensa alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, riassunte con l’acronimo ICT, si immagina spesso la figura di un uomo piuttosto che di una donna.
Questa non è una novità se si considera che da sempre sono decisamente poche le donne occupate nel settore nelle ICT.

Eppure… il primo algoritmo è stato opera di una donna.

Il primo algoritmo della storia

Seppur mai realizzata, la macchina analitica del matematico Charles Babbage è considerata il primo computer della storia.
Babbage, però, si dedicò alla propria opera pensando che essa sarebbe stata utile per il solo calcolo numerico.
Ad intuire le possibilità della macchina analitica come forza trasformatrice della realtà sociale fu, invece, Ada Lovelace.

Ada, nata a Londra nel 1815 e morta a soli 37 anni, si interessò con grande entusiasmo al lavoro del matematico. La studiosa definì la macchina analitica come uno strumento programmabile che molto probabilmente avrebbe cambiato il futuro dell’umanità.

Nel 1842, la Lovelace elaborò un modo per far sì che la macchina analitica potesse calcolare i numeri di Bernoulli, ossia una successione di numeri razionali.
Questo schema di calcolo è considerato il primo algoritmo ed il primo programma mai scritto nella storia dell’informatica.

Sarà dunque l’acume di una donna a poter fare la differenza.
Ada fu la prima che vide il futuro avvicinarsi all’orizzonte come una nuvola carica di promesse.

La tecnologia è libera da pregiudizi?

Oggi l’intelligenza artificiale ha modificato in maniera significativa la vita umana, proprio come Ada Lovelace aveva previsto.
Tuttavia, rimane da chiedersi se questa modificazione corrisponda ad un effettivo miglioramento.

Innanzitutto, le nuove tecnologie ci pongono continuamente di fronte a dilemmi etici sempre diversi.
Per citarne uno dei tanti, si ricordi il concetto di transumanesimo.
Esso è un movimento di pensiero che sostiene che le scoperte scientifiche e tecnologiche, debbano servire ad arginare le condizioni peggiori a cui è asservita l’umanità, come la malattia o la morte.
Ma sarebbe davvero giusto? Il valore della vita umana può essere davvero “aumentato”?

Per tornare a cose più vicine alla quotidianità, invece, è evidente come gli sviluppi nel settore delle ICT spesso riflettano le disuguaglianze già presenti nei sistemi sociali.
Le tecnologie, contrariamente al senso comune, non sono mai scevre da pregiudizi. Al contrario, riflettono sempre le intenzioni ed i valori, seppur inconsci, di chi le crea.

Per fare un esempio, potremmo parlare di come i tradizionali ruoli di genere, siano ricalcati dalle tecnologie umanoidi.
Come sostenuto anche da Heather Roff, ricercatrice nell’ambito della sicurezza informatica, caratteristiche femminili sono spesso associate alle tecnologie di servizio, fra cui programmi simili a Siri o Alexa.

La componente femminile nel settore delle ICT

Le dinamiche discriminatorie presenti, risultano ancor più evidenti se si pensa al mondo del lavoro.

Sono ancora poche le donne che partecipano attivamente al mercato del lavoro.
Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di occupazione delle donne è pari al 44.5%. Esso è ben al di sotto di quello degli uomini, pari al 66,8%, e di quello generale, pari al 57.6%.

Il tasso di disoccupazione, invece, non ha ancora raggiunto le due cifre.
Non bisogna credere, però, che quest’ultimo dato sia confortante: se la disoccupazione è un lato della medaglia, l’altro è un’inattività spesso obbligata.

In Italia, il trend dell’occupazione nel settore delle ICT è cresciuto lentamente e solo negli ultimi anni. La componente femminile, però, continua a rappresentare una fetta poco cospicua degli occupati in tale ambito.

Risale proprio al 30 gennaio di quest’anno l’istituzione di una tavola rotonda a Milano, da parte dell’associazione Anitec-Assinform.
Essa ha avuto lo scopo di discutere l’importanza della promozione di carriere al femminile nel campo delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione.  

Tali tecnologie, rappresentano la chiave per la Digital Transformation.
Con questa espressione si indica la profonda trasformazione socio-culturale, oltre che tecnica, derivante dal loro utilizzo.

Tuttavia, nessuna trasformazione sociale può attecchire dove non vi siano pari opportunità di accedervi.

Una più equilibrata presenza di genere, può costituire un primo passo fra i tanti necessari per una concreta Digital Transformation.