Lo scandalo Cambridge Analytica: il libero arbitrio nell’era social

Dipendenza dai Social Network dietro lo scandalo di Cambridge Analytica

Lo scandalo di Cambridge Analytica è un caso unico per un motivo: mai nella storia il mondo era dipeso così tanto da Social Network e dati personali.

Il fatto, messo alla luce nel 2018, riguardò varie operazioni politiche: dalle campagne elettorali di Donald Trump, passando per le elezioni in Messico del 2018, fino alla Brexit del 2016. Tutte operazioni politiche condite da un condizionamento in favore di una scelta piuttosto, che di un’altra.

  • Nel post-brexit un articolo del Guardian sottolinea che vi fu un massiccio cambio di idea (circa 112 seggi) nei riguardi del voto (decisivi per le sorti).
  • La campagna elettorale di Donald Trump del 2018 fu condita da Fake News atte a screditare la sfidante Hilary Clinton (con successo).
  • Indagini postume alle elezioni in Messico del 2018, evidenziarono uno stretto rapporto tra l’ormai ex CEO di Cambridge Analytica Alexander Nix ed il Partito Rivoluzionario Istituzionale del Messico. In questo caso, però, i risultati furono infelici.

Il libero arbitrio nell’era social

Il libero arbitrio nell’era social è qualcosa che sembra essere fittizio, anacronistico e non funzionale. Ma non è così. Nessuno vieta all’individuo di indagare sull’attendibilità delle notizie: l’unico muro tra l’individuo e la verità è l’atrofizzazione della curiosità. Avere il mondo a portata di click, inevitabilmente favorisce il progredirsi di quest’atrofizzazione in ambiti sempre più ampi.

Il libero arbitrio esiste e persiste, nel quotidiano come nella vita social – ormai separate da un confine sottilissimo. Ed il libero arbitrio deve essere il moto umano in un mondo virtuale fatto di algoritmi e big data.

I big data

I big data sono i dati che continuamente gli utenti mandano alle piattaforme social, qualunque esse siano. Ognuna di loro ha regole diverse, ma il funzionamento è lo stesso: ogni ricerca, ogni considerazione, ogni mi piace e ogni azione dettano i contorni della sagoma che si mostra sui social. Che poi possa o meno incastrarsi con la propria sagoma reale, è un altro discorso.

Le piattaforme erano, sono e (verosimilmente) rimarranno aziende private. Aziende che comandano l’informazione, che plasmano l’opinione pubblica e come la storia recente insegna, capaci di scatenare rivolte demagogiche con obiettivo il Campidoglio di turno.

Lo scandalo Cambridge Analytica: non è l’invenzione, ma l’uso che se ne fa

Come per ogni invenzione umana, non è l’invenzione ad essere giusta o sbagliata a priori, ma tutto ruota intorno al suo utilizzo. Se i dati che le aziende ricevono servono a facilitare la vita di un individuo permettendogli di trovare quello che cerca in pochi istanti, ben venga.

Il discorso cambia nel momento in cui si utilizzano dati personali di persone ignare, in favore di operazioni politiche e mirate ad un profitto.
È proprio questo il caso dello scandalo di Cambridge Analytica che vide coinvolto Mark Zuckerberg, CEO di Facebook. I dati di circa 90 milioni di utenti furono utilizzati per orientare (o meglio, influenzare) pensieri e decisioni politiche.

In questo caso, buon senso vuole, che non ci sia nulla né di etico, né di giusto e né tantomeno funzionale… se non in favore di pochi.

“Furono effettuate operazioni psicologiche con metodi simili a quelli utilizzati dai militari per produrre cambiamenti nel sentimento delle
masse”

Dichiara un ex dipendente di Cambridge Analytica

Il diritto alla privacy: lo scandalo Cambridge Analytica come monito

Ogni individuo ha diritto alla tutela della propria privacy. In Europa questo è un concetto avanzato: leggi sempre più dettagliate che mirano a questa tutela sono lo specchio dell’approccio che l’Unione ha verso quest’argomento.

La sede di Facebook è in California, ma il terremoto smuove mari e terre di ogni parte del mondo. Zuckerberg, invece, gira con relativa tranquillità per le strade della sua città.

“È stato un mio errore, e ne sono dispiaciuto. Io ho creato Facebook, io lo mando avanti, e sono io il responsabile di ciò che accade.”

Mark Zuckerberg al Congresso del 10 Aprile 2018

Lasciare lo scettro dell’influenza mondiale a pochi individui che hanno fatto di un’intuizione una vera e propria fortuna – ma che ora è ben al di fuori della loro portata – è la scelta giusta?

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