SANREMO 2021: le cose da migliorare

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Sanremo ha il potere di riunire tutti gli italiani, non mancano anche quest’anno alcune perplessità

Nel marasma generale del nostro Paese, Sanremo ha il potere di portarti per cinque giorni in un grande varietà all’italiana, in cui tutto sembra avere un ordine, una quiete generale. Ti abbraccia, riaffiora il patriottismo e l’Italia si ferma per cinque sere, come quando giochiamo ai Mondiali. L’assenza del pubblico non è pesata nemmeno poi così tanto.
I due showmen hanno creato un palco in cui far rincontrare gli italiani,
una spontaneità in cui sembrava stessimo assistendo alle prove generali del festival.

Ha il potere di attirare milioni di critiche, due calamite. Basti pensare all’elogio di Amadeus per tutte le donne che sanno stare “un passo indietro”.

Fiorello: il re di Sanremo

A partire dal lancio di questa edizione storicamente importante e sui generis, Fiorello ha dimostrato la sua creatività comica: travestito da Renzi, Vespa, Amadeus.
“Mettiamo in crisi Sanremo. Ci vorrebbe quello bravo, come si chiama… Quello toscano”.
Tagliente al punto giusto, senza bisogno di troppe spiegazioni. Capace di strappare un sorriso anche su quegli eventi tragicomici che hanno segnato il nostro governo.

Matilda De Angelis: la nuova vera protagonista, ma..

Matilda De Angelis è un’unica nel panorama italiano attuale. A suo agio sul palco come se fosse al quinto anno di conduzione di Sanremo.
Non ha nascosto l’emozione, il tremore iniziale della voce. Dopo i primi minuti di imbarazzo iniziale, Matilda sembrava essere una consapevole padrona di casa.
Autoironica, sicura nelle movenze, cantante eccezionale, con un discorso leggero ed una interpretazione davvero da Oscar: sincera e intensa.

La De Angelis ha mostrato la foto di Alfred Eisenstaedt “V-J Day in Time Square“, recitando poi un passo del Cyrano de Bergerac di Edmond Eostand.

“Il bacio come un apostrofo roseo messo tra le parole t’amo”.
Tutto molto romantico, ma non è andata proprio così.

Oltre ad essere il bacio iconico della fine della Seconda guerra mondiale, oltre essere un momento di gioia euforica in cui un marinaio bacia una infermiera sconosciuta incontrata per strada, si poteva parlare di consenso.

Greta Zimmer Friedaman – l’infermiera ritratta – ha dichiarato nel 2005 a proposito di quel bacio, che è passato alla storia come segno d’amore e di pace:

“Sentivo che lui era molto forte, mi stava stringendo forte e non sono sicura riguardo al bacio… Non è stato un evento romantico. Non è stata una mia scelta essere baciata”.

https://memory.loc.gov/diglib/vhp/story/loc.natlib.afc2001001.42863/transcript?ID=sr0001

Insomma, niente a che vedere con l’universo romantico che ci è stato creato sopra. Si poteva parlare di consenso. Di come sia bello incontrare uno sconosciuto e darsi un bacio per la gioia, ma prima chiedere: “Posso?”
Nulla togliere ai limoni per strada, ma argomento un po’ banale da portare sul palco dell’Ariston.

Achille Lauro: la seconda volta un flop

Achille Lauro è teatrale, performativo, creativo nella comunicazione: a partire dal monologo mandato in onda in televisione e contemporaneamente sui social, fino ad arrivare alla musica, la scenografia, gli abiti, le lacrime di sangue. Il tutto curando i minimi dettagli.
Uno sforzo costante di far rivivere l’anima di David Bowie, ma floppando nella pratica.

Lauro sembra abbia riempito di sfarzo il grande palco sanremese senza un vero messaggio.
O per lo meno un messaggio fermo nelle parole:
“Sessualmente tutto, genericamente niente”.

Magnifico nella composizione del suo quadro artistico, meno nel messaggio sociale.
La Bertè per esempio, come denuncia a tutti i femminicidi, alla violenza contro le donne, ha portato delle scarpe rosse – unico elemento scenografico – ed un messaggio urlato sul palco di Sanremo. Semplice ed efficace.

Quella di Lauro appare come una celebrazione dell’estetismo dannunziano, dell’imperativo l’arte per l’arte, più che all’apertura verso la comunità lgbtq+, che difatti non ha appoggiato in modo unanime le scelte del cantante.
Per quanto non ci sia nulla di sbagliato, Lauro che è un uomo bianco, cis, etero e abile si è appropriato di una cultura – cultural appropriation – solo per il gusto del glam.
Perché farsi cucire addosso abiti firmati Gucci, anziché sostenere stilisti appartenenti alla comunità lgbtq+, se si vuole davvero rappresentare questa comunità?
Sarebbe stato un modo per dare una rappresentanza non solo sostanziale sui grandi schermi.

Sembrerebbe più una strategia per crearsi un personal branding, che un vero sostegno alla comunità.
Si parlerebbe sempre di “genio” se a fare una esibizione del genere fosse stata una persona transgender, magari non abile o magari gay? O avremmo additato il tutto come la solita esagerazione del mondo lgbtq+?

A proposito di differenze sociali, magari la smettiamo di regalare fiori solo alle donne che si esibiscono sul palco?