Rider aggredito a Napoli: due facce della stessa città

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Il perpetuo dualismo

La contrapposizione tra le forze del bene e quelle del male, in una città come Napoli, è cosa ben nota. Il triste episodio di Gianni Lanciano, 50 enne rider napoletano aggredito la scorsa notte, è purtroppo l’ennesima pagina, l’ennesimo capitolo di un libro che non vorremmo mai più leggere.

Una narrativa che conosciamo bene, che vede protagonisti sempre gli stessi elementi come nella più classica delle storie. Antagonisti, eroi, vittime, che sembrano tutti pendere dallo stesso copione, pronti a confondersi, gli uni con gli altri. Con la solita scenografia alle spalle, con dei tempi di scena già noti.

Un déjà-vu, che in modo costante provoca la sensazione di un’esperienza precedentemente vissuta, nitida.

La storia di tutti

Quanto successo l’altra notte al rider aggredito a Napoli è di una brutalità inaudita, in particolar modo perché rivolto ad un lavoratore sottopagato, che esercita una professione precaria per una delle grandi multinazionali del capitalismo di piattaforma. Persone che il più delle volte vengono lasciate a loro stesse, in balìa del nulla, prive di ogni tutela.

La mancanza di un impiego stabile, il ricorso ad una precarietà di fondo come elemento salvifico. Lo scendere a compromessi con la propria persona, pur di provare ad andare avanti e farlo in maniera onesta.

È questa la storia di Gianni, in fin dei conti: una storia di dignità.

Un uomo che dopo aver subito una umiliante aggressione, dopo essersi visto sottratto il mezzo di trasporto con il quale stava onestamente lavorando, sceglie di tornare verso casa a prendere la sua auto per continuare a fare ciò che stava facendo fino ad un attimo fa: prendersi cura di se stesso, della sua famiglia, della sua dignità.

Gianni rappresenta la Napoli onesta e laboriosa che, nonostante le brutture, ha il sole negli occhi e non cerca alibi.

Una Napoli che non si chiude nel nonsipuotismo, quel sentimento profondo e inguaribile dell’impossibilità di cambiare le cose, la rassegnazione, la sfiducia, il cronico disincanto. Pretende un presente e un futuro diverso, consegnandoci una storia che trasmette calore, passione, sentimento. Speranza.

“Quei bravi ragazzi”

Adolescenti, giovani adulti, bambini. Quante volte in questi episodi i protagonisti in negativo sono proprio loro. Quanti ne abbiamo sentiti, quanti ne vediamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi, quanti hanno saputo aggredire e ferire noi o chi ci sta intorno. Sono le storie di Luigi Caiafa e di Ugo Russo, accomunate tutte dallo stesso destino.

Sono loro, i figli di una Napoli che facciamo fatica a riconoscere, che ripudiamo. Figli di un mondo barbaro, di cui le grandi metropoli ne sono teatro diretto.

Questi ragazzi sono l’espressione dell’abbandono familiare, delle periferie vuote ed abbandonate. Provengono da un humus culturale e familiare carente, all’interno del quale la criminalità organizzata sguazza in un contesto già deviato, irreversibile. Pesa l’assenza di un qualsiasi tipo di influenza esterna ai modelli di piazza, unito ad un sistema economico disfunzionale.

Un sistema che non riesce ad essere rieducativo nemmeno nelle sue istituzioni, dato che la macchina scolastica ha ad oggi affermato come anche in quelle mura venga insegnato a scavalcare il prossimo.

Un sistema che da quei banchi o ti spedisce dietro una scrivania o dietro delle sbarre. Ammesso che a scuola tu ci sia andato.

La disuguaglianza come veleno

Senza dubbio il fenomeno non è circoscritto alla città di Napoli, è comune a tutte le periferie delle piccole e grandi realtà urbane, ma qui il fenomeno assume contorni problematici perchè queste tendenze vengono tradotte in assunzioni nella fabbrica del crimine.

La disuguaglianza inevitabile inserita come veleno nelle vene della metropoli. La sopraffazione e la sopravvivenza, le leggi del branco.
Un connubio che non può far altro che portare alla genesi della scena dell’altra sera, replay di una delle tante già viste e sentite.

È la teoria delle finestre rotte. Una teoria criminologica sulla capacità del disordine urbano e del vandalismo di generare criminalità aggiuntiva e comportamenti anti-sociali. Una assuefazione al deterioramento, che ne è conseguente complicità.

Giustizia riparativa o punitiva?

Dovremmo forse imparare a gestire meglio la rabbia, in casi del genere. Svestirci delle vesti di giudici, di arbitri ed aiutarci ad una disamina completa dell’accaduto, totale. Siamo purtroppo assaliti dalla stessa violenza di cui si vestono questi vigliacchi, ma non dobbiamo lasciarci confondere.

Paradossalmente, anche loro sono vittime di violenza. Quella prodotta dalla società, dalle sovrastrutture di quest’ultima che producono eventi simili.

E la violenza genera altra violenza, sempre.

Lo Stato non può agire solo in maniera repressiva quando oramai è troppo tardi. Le politiche educative a sostegno delle famiglie, dovrebbero essere impostate sin dai primissimi momenti di vita dei figli.

Diventa necessario un cambio di rotta: smetterla di chiamarli carnefici, ma senza de-colpevolizzare l’atto. Dovremmo chiamarli “attori di reato”. Esecutori semplici di un sistema: vomitano solo quanto ingerito.

Ciò non toglie che la certezza della pena e il senso di giustizia per chi come il rider napoletano ha subito l’aggressione, debbano persistere come costante inevitabile per il raggiungimento dell’estirpazione della violenza da questi individui.

Una strana lezione

Allora dovremmo tutti sperare che in una sorta di Truman Show, semmai dovessimo essere vittima di aggressioni, ci sia una telecamera pronta a riprenderci. A salvarci, in qualche modo.

Perché Gianni è stato in qualche modo salvato da quell’obbiettivo.
Ha messo faccia e faccia in maniera inequivocabile, il cittadino con la città. Ci ha fatto prendere coscienza, ci ha svegliati dal torpore. E lo ha fatto regalandoci un sogno all’interno dell’incubo. Perché se è pur vero che quanto accaduto tra celeri operazioni delle forze dell’ordine, raccolta fondi, solidarietà delle più alte cariche della Regione e del Paese, attivazione della macchina di collocamento lavorativo per il nostro rider sia anche il frutto della cassa di risonanza, allora meglio così. Va bene comunque, in qualche modo, ma questo non risolve quanto di atavico e marcio resta in tutta questa storia. Perché di storie simili ne sono rimaste fin troppe in silenzio. Ognuno di noi lo sa.

Piuttosto che augurarmi che un obiettivo mi salvi, mi auguro che le Istituzioni possano farlo.

Ringraziamo Gianni, per la sua storia di dignità, per la sua testimonianza di resilienza.

Photocredits:@mario_schiano_art

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