Raccontare la storia delle parole: la vocazione

vocazione

L’etimologia

Per costruire un eloquio soddisfacente, scegliendo con attenzione i vocaboli
da utilizzare per definire correttamente i confini dell’oggetto del nostro
discorso, dobbiamo avvalerci di uno strumento: l’etimologia.
Parola che deriva dal greco ètymos, “intimo significato della parola” e logos ovvero “studio”.
L’etimologia, dunque, è la scienza che indaga l’origine ed il vero senso delle
parole.
Poiché ogni parola ha una storia, attraverso l’etimologia proverò a
raccontarvene una che ha come protagonista la vocazione, che sia letteraria, artistica, religiosa.

La vocazione e il suo istinto ribelle

Il termine vocazione deriva da vocatus, participio passato di vocare, “chiamare”.
In senso figurativo indica il movimento interiore per il quale un individuo si sente chiamato ad operare il bene, ad un modo particolare di vivere o ad
un’arte. Corpo, anima e spirito sono indirizzati al fine della creazione.

Ho sempre pensato che chi possedesse una vocazione fosse istintivamente
ribelle.
Chi sono i ribelli? Non a caso, la risposta è nella radice stessa: sono coloro
che combattono giorno per giorno. Difatti, il ri indica la ripetizione e bellum indica la battaglia, la battaglia in questo caso di non precipitare in una vocazione che non è la propria.

Oggigiorno il rischio di dilagare nel conformismo è elevato. Ci troviamo ad
essere ancora poco consapevoli delle nostre capacità, di ciò che non vogliamo e ciò che desideriamo. Sentendoci disorientati ed oppressi dalle aspettative altrui, cerchiamo di trovare la nostra vocazione all’esterno, indossando abiti che non sono nostri.

Arriva un punto in cui quel movimento interiore si fa sentire, scorre dentro di noi ed è qui che diventando ribelli; combattiamo per creare quello che la
vocazione ci detta.
La vocazione è la realizzazione creativa di voler essere qualcuno. Purtroppo, oggi, quel riconoscimento spesso ce lo si procura rimanendo in superficie, all’esterno di se stessi, cercando ossessivamente consensi e cercando di captare una serie di gesti che costringono lo sguardo altrui a dirci che esistiamo.
Il risultato è che il nostro io e la nostra vocazione finiscono per essere dipendenti da quello sguardo, rendendoci prigionieri.
La battaglia da condurre è dunque totalmente interiore e consiste nell’essere fedeli ad un principio che è dentro di noi e non fuori.

La vocazione al servizio di menti e cuori

La vocazione deve restare sempre al servizio del mondo, deve servire le menti ed il cuore di chi ci ascolta e ci guarda, senza essere mai autoaffermazione.
Il fine è sempre quello di creare bellezza.
Può essere frustrante non sapere che cosa si voglia, ma se si è così tanto
fortunati da scoprirlo, l’unica cosa che resta da fare è seguire quella voce per offrirla al mondo. Forse sarà ignorata, ascoltata di sfuggita, derisa e calpestata, ma la soddisfazione di aver dato vita alla bellezza vale qualsiasi prezzo da pagare.

Il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori […]
non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al
mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui.

Ad affermarlo è un uomo che ha dedicato la sua intera esistenza alla coltivazione del proprio io, in nome della letteratura, nonostante questa sia stata apprezzata, riconosciuta ed amata solo dopo la sua morte.
Quest’uomo è Giacomo Leopardi.