Politically correct: la deriva estremista verso la Neolingua

politically-correct

Oggi più che mai le nostre abitudini, i nostri modi di fare, il nostro modo di comunicare sono influenzati dal politically correct.
Una delle conseguenze cristalline
di questa esasperante tendenza, è la creazione di una nuova lingua; una Neolingua che rispetti i dettami di questo nuovo regime chiamato politically correct.

Le origini del politically correct

Il fenomeno ideologico del politicamente corretto, trova le sue origini nel contesto tanto liberale quanto radicale degli ambienti universitari americani alla fine degli anni Ottanta.
Al fine di regolamentare il comportamento linguistico per evitare il dilagare di episodi di razzismo, furono stilati nelle università americane regolamenti di condotta verbale volti a scoraggiare l’uso di epiteti ingiuriosi ed offensivi.

Nello stesso periodo diviene sempre più frequente l’utilizzo del termine multiculturalismo. Una neonata espressione che faceva fronte all’esigenza delle nuove generazioni statunitensi di identificare una nuova forma di collettività.

Trattasi, in particolare, di un’idea di contesto sociale non più basato sul tipico principio dell’assimilazione della minoranza, ma sul riconoscimento e sull’integrazione della stessa.
Perciò un ambiente dove gruppi sociali eterogenei, pur avendo interscambi reciproci, potessero conservare le proprie peculiarità senza pericolo di omologazione allo strato sociale predominante.

Da queste nuove esigenze si delineò, prima negli U.S.A. e successivamente a livello planetario, un’innovativa e nobile linea di pensiero; un atteggiamento sociale di estrema attenzione, in primis linguistica, nell’ evitare l’offesa verso determinate categorie di persone.
Alla luce di questa nuova particolare attenzione, vennero rinnegate per la prima volta discriminatorie consuetudini linguistiche storiche.

Per identificare le minoranze, si coniarono nuove espressioni che non risultassero offensive come Afro-Americans” o “gay” in sostituzione di parole oggi ritenute, giustamente, inaccettabili.
Per la prima volta perciò prese piede una forma di linguaggio inclusivo che scoraggiasse la ghettizzazione di una minoranza, solo perché “diversa” dalla massa, ma che fosse invece protesa alla valorizzazione della sua unicità.

La deriva del politically correct

Ma il politicamente corretto, partito sulla base di ideali egualitari e progressisti, nel corso del tempo si è spogliato della sua funzione di elemento di congiunzione divenendo fattore di nuovi pretesti di conflitto.
L’oggetto dell’attenzione oggi, non è più semplicemente rivolto alla singola espressione discriminatrice.

Il politically correct attuale, protende alla realizzazione di un orientamento linguistico finalizzato a stabilire molto più che semplici regole per una convivenza pacifica. Una propensione che costituisce una pretesa la cui soddisfazione richiede importanti costi da sostenere. In primis la limitazione alla libertà di espressione.
La semplice rinnegazione di consuetudini linguistiche, è sfociata in un vero e proprio principio di conformismo della forma.

Affermare quanto appena detto, appare plausibile in virtù del pericolo intrinseco di un modo di fare sempre più diffuso nella vita tanto reale quanto digitale. Il pericolo è che la mera ricerca di un mezzo espressivo per cambiare in meglio la vecchia visione del mondo, si erga a Neolingua pregiudicando il pensiero nelle sue forme più variegate.

La Neolingua orwelliana

Proprio come nella Neolingua orwelliana, oggi si assiste al tentativo di riduzione del numero delle parole.
La motivazione di tale modo di fare non risiede più nella carica offensiva della singola parola di volta in volta messa sotto accusa, ma nel tentativo di eliminare qualsiasi forma di distinzione.

Proprio come in 1984 si assiste ad un processo di completa revisione del linguaggio. Il fine ultimo è rimuovere ogni termine che possa, a livello di significato e di fonetica, urtare la sensibilità di una minoranza

Ma come asserisce Carofiglio “l’abbondanza di parole e la molteplicità di significati sono strumenti del pensiero, ne accrescono la potenza e la capacità critica: parallelamente, la ricchezza del pensiero richiede e anzi esige la ricchezza del linguaggio“.

Partendo da una comunicazione basata sul rispetto ed una salda educazione civica ed emotiva, è doveroso analizzare le parole in base al contesto in cui queste vengono pronunciate, facendo leva sullo spirito critico intrinseco ad ognuno di noi. Se da un lato era e sarà sempre giusta la rimozione di consuetudini linguistiche cariche di odio e sprezzamento della minoranza, dall’altro è doveroso rimarcare come la consapevolezza della massa alle nuove esigenze dei variegati gruppi sociali debba avvenire nella sostanza e cioè attraverso i contenuti.

Politicamente corretto, grammaticalmente ingiustificato

Un esempio lampante e sempre più diffuso, è l’utilizzo del genere neutro. Il rispetto e la sensibilità nei confronti di coloro che non si definiscono in un dato genere, non dovrebbe manifestarsi attraverso un’imposizione linguistica forzata. Dunque, né con la rimozione delle desinenze maschili e femminili a favore di simboli quali l’asterisco né con la creazione di grafemi ibridi.

Non basterebbe instaurare un dialogo aperto e sincero nei confronti di chi ci è difronte e quindi di sentirci liberi di poter chiedere in che modo preferirebbe essere rappresentato?
Paradossalmente proprio l’utilizzo della parola così tanto bistrattata permetterebbe di risolvere nel pieno rispetto altrui la questione.

L’uso del genere neutro è anche diventato il manifesto della parità uomo-donna.
Il rispetto è davvero correlato all’utilizzo generico del maschile?
Se la risposta fosse affermativa anche in questo caso sono sempre le parole che ci vengono in soccorso.

La ricchezza della lingua ci offre la possibilità di poter utilizzare entrambi i generi mediante l’uso di entrambe le desinenze o attraverso la ripetitività di un’unica parola declinata in tutte e due le forme.

Recintare il linguaggio muovendosi per sottrazione, costituisce una sottigliezza verbale che non muta la sostanza dei fatti.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.