Paradosso della privacy: do ut des tra informazione e big data

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Quando si parla di privacy siamo tutti sull’attenti. Ma quanti di noi sono realmente consapevoli delle informazioni personali che seminiamo in rete?

La privacy è una cosa seria. O almeno questo è quello che ci piace ripetere e ripeterci. In Italia, questa considerazione è stata riconosciuta e formalizzata, nel codice della privacy, da una norma della Repubblica, emanata dal Decreto n.196 del giugno 2003, entrata in vigore l’anno successivo.  Si tratta di un Testo Unico che riunisce la sfilza di normative sul tema, accumulate del 1996, quando una prima direttiva europea invitava gli stati membri a perseguire la tutela delle persone fisiche, anche attraverso le garanzie che proteggano i dati personali, di quest’ultime, da utilizzi impropri. 

Il paradosso della privacy indica proprio la tendenza, tutta recente, al compromesso tra informazione e sicurezza. Siamo preoccupati della mancanza di privacy – soprattutto in rete – ma continuiamo a comportarci come se non fosse così. 

Siamo realmente interessati alla privacy?

Il tema della privacy, e come questa venga recepita e considerata, è stato al centro di numerose ricerche: le prime, su larga scala, risalgono agli anni novanta. Il professore di diritto pubblico Adam Westin, condusse circa trenta rilevazioni per misurare il livello di apprensione dei cittadini per quanto riguarda i propri dati personali. Ne ricavò una classificazione in base al grado di interesse mostrato dagli intervistati, ripartiti in tre categorie: dal più sensibile alla questione al più indifferente, dividendoli in fondamentalisti, pragmatisti e non interessati. Negli anni si sono susseguite, in tutto il mondo, svariate indagini degne di nota: una ricerca del Price Waterhouse Coopers del 2017 (consultabile in basso) rilevò che il 69% dei consumatori riteneva i propri dati a rischio; il 25% non era soddisfatto del modo in cui le aziende trattano i dati dei clienti; il 10% crede di non aver alcun controllo sull’utilizzo che le aziende fanno dei dati rilevati online, mentre l’ 85% preferirebbe non entrare in contatto con aziende che non rispettano standard di sicurezza adeguati, per quanto riguarda il trattamento dei dati personali.

Cosa facciamo per salvaguardarci?

Tuttavia, da questa stessa ricerca emerge come gli individui non siano pienamente coscienti delle normative e degli strumenti a disposizione del consumatore, per tutelare i propri dati dagli utilizzi impropri che le compagnie – sopratutto per mezzo di internet – potrebbero attuare. Solo il 45% degli intervistati ammetteva di aver modificato le impostazioni sulla privacy  (come i permessi per i cookie, ad esempio) sul dispositivo o sito web utilizzato. Il 16% dichiara invece che preferirebbe interrompere ogni rapporto con le compagnie resesi colpevoli di utilizzo improprio dei dati (lo scandalo più recente e clamoroso riguarda Facebook Cambridge Analytica). Ma il dato più interessante riguarda quel 71% dichiaratosi favorevole alla cessione di dati personali, a fronte di un guadagno in termini di accesso all’informazione. 

Ed è qui che la questione assume caratteristiche sistemiche. Basti considerare la scelta di cedere una parte della propria privacy – della propria intimità sotto forma di dati – come un trade-off tra alternative differenti. Una scelta tra due possibili soluzioni, dove l’una esclude l’altra. Dove il prezzo da pagare equivale a quanto si rinuncia per ottenere qualcosa. Ma cosa vogliamo ottenere vendendo le nostre preferenze d’acquisto, le nostre ricerche online, i nostri segreti? 

Una parola: informazione. 

Uno degli appellativi della attuale società post-industriale è quello di società dell’informazione. Con questo termine, in sociologia, si indica la prevalenza del settore dell’informazione rispetto ai precedenti sistemi, basati sulla produzione industriale. Produrre informazione è fondamentale al giorno d’oggi. Tutti vogliamo, e dobbiamo, essere costantemente informati di quello che accade ovunque nel mondo. Questa necessità ha radici profonde: nasce dagli orrori del passato. Il secolo scorso è stato caratterizzato dall’ascesa e dal declino dei regimi totalitari in Europa, e dalle guerre che hanno assunto dimensioni tali da meritare l’appellativo di mondiali. Questa particolare situazione geo-politica porterà alle atrocità compiute, in nome e per conto dell’una o dell’altra ideologia. È fondamentale sottolineare come tali efferate azioni furono possibili grazie agli sviluppi novecenteschi della tecnica: la bomba atomica è il frutto amaro del progresso tecnologico. Lo sterminio degli ebrei fu organizzato e attuato secondo le logiche dell’industria teylorista e fordista. Il prelievo forzato degli ebrei da tutta Europa, e la loro deportazione nei campi di concentramento, furono infatti agevolate dalla nascente e funzionale rete ferroviaria che oramai univa tutto il vecchio continente. Dal modo in cui venivano costretti a lavorare, fino alle modalità in cui venivano sterminati, una volta esausti: tutto regolato da logiche di massima produzione con con il minor costo possibile. La razionalità organizzativa al servizio dell’industria, in perfetto stile Teylor.

E nessuno sapeva nulla. O meglio, pochi erano a conoscenza di ciò che realmente accadeva. I limiti della diffusione delle informazioni e delle notizie rendeva inverosimile (e apparentemente esagerate) le poche indiscrezioni che giungevano dai campi di guerra e dai ghetti europei. È opinione comune considerare questo lack di informazione come una delle variabili che ha permesso a simili atrocità di prendere forma. Il sociologo Zygmunt Bauman ne parla diffusamente nel suo capolavoro “Modernità e Olocausto” (Bauman, 1989-Il Mulino), dove questo rientra nel discorso generale sulla contemporanea società liquida, che ha tra le sue peculiarità quella di voler essere  informata su ciò che accade nel mondo. Sempre. L’obiettivo è, chiaramente, quello di scongiurare il ripetersi delle crudeltà del passato. Ed è in questa direzione che si è mossa la rivoluzione tecnologica e digitale che ha preso piede nel secondo dopoguerra. 

I nuovi network digitali possono essere uno strumento essenziale per perseguire questo obiettivo: ci permettono di essere sempre informati, in tempo reale, su tutto. Ci sono talmente tante informazioni che si arriva al paradosso di non riuscire a distinguere le notizie vere dalle fake news.

Ed è qui che prende forma il trade-off accennato in precedenza: i social network e i motori di ricerca ci offrono informazione, e in cambio richiedono nostri dati personali. Tra questi ci sono le nostre ricerche online, i nostri acquisti e praticamente tutto quello che postiamo sulle nostre bacheche. Questi dati, una volta elaborati, restituiscono un’immagine estremamente precisa di noi stessi e dei nostri gusti, dei nostri hobby. Queste informazioni vengono raccolte e analizzate da agenzie ad hoc e talvolta rivendute a terzi. Questi ultimi le utilizzeranno, per indirizzare le pubblicità che ci appaiono mentre navighiamo in internet. Quei pop-up personalizzati, per intenderci, così da mostrare esattamente i prodotti che vorremmo acquistare.

Ed è tutto perfettamente legale. Infatti siamo noi stessi ad accettare queste clausole, spesso senza neanche leggerle. Abbiamo affidato l’arma perfetta nelle mani del capitalismo. E a noi va benissimo così.

Sitografia

Price Waterhouse Coopers research: https://www.pwc.com/us/en/advisory-services/publications/consumer-intelligence-series/protect-me/cis-protect-me-findings.pdf

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