21 dicembre 1375: la scomparsa di Boccaccio e una eredità ancora in vita

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Il 21 dicembre 1375 moriva Giovanni Boccaccio. Proprio l’autore del Decameron che al suo interno parlava di donne e fanatismo religioso

Morte di Boccaccio, avveniva il 21 dicembre 1375. Proprio l’autore del Decameron, la raccolta di novelle studiata a scuola e da cui Pasolini trasse poi un film secoli dopo. Oltre a quello, Boccaccio aveva lavorato sul Filostrato, l’Elegia di Madonna Fiammetta, il Ninfale Fiesolano poi e nel mentre aveva pensato ad un’opera poderosa come cento novelle in dieci giorni. La storia è più o meno nota a tutti: dieci giovani incontratisi per caso, che per scampare le brutture della peste avevano pensato bene di raccogliersi fuori dalle mura della città, a raccontarsi storie, piccole e di poco conto, per sollazzo e niente più.

Il Decameron non era un’opera pensata per tutti

La premessa di base, la conoscono in pochi però; il Decameron non era un’opera pensata per tutti, ma aveva un destinatario fatto e preciso, le donne. Dovevano essere le donne le prime a fruire dei raccontini, a sognarci su; perché non avevano molto altro in un tempo reclinato su se stesso come il medioevo, che non lasciava molto spazio a chi non fosse nato uomo. Le prime avvisaglie di significativa disparità di genere, incanalate e ridimensionate in un testo ante litteram che non doveva dire niente in origine e che, invece, già al concepimento aveva parlato molto più di quanto avesse fatto un tempo intero.

L’appendice conclusiva del Decameron

Morte Boccaccio: analizzando la parte finale del Decameron.
A parte altri affondi contenutistici che sono sviscerati e sciorinati nello sviluppo dei raccontini. Il testo si chiude con un’appendice attraverso la quale Boccaccio intendeva sottrarsi ad alcune critiche che gli venivano mosse. Il Decameron si prestava con facilità, per nuclei tematici implicitamente maliziosi e inclini alla corporeità, all’accusa di testo fuorviante, peccaminoso, potenzialmente strumentalizzabile per giustificare atti osceni, tradimenti e illegittimità.

Boccaccio sapeva il fatto suo e non la mandò a dire e in poco tempo confezionò una risposta che non solo metteva a tacere gran parte delle osservazioni inappropriate ma suggeriva, in poche righe, come pure letture erronee e manipolanti sfociassero in pure fanatismo religioso e politico.

“Niuna corrotta mente intese mai sanamente parola: e così come l’oneste a quella non giovano, così quelle che tanto oneste non sono la ben disposta non posson contaminare se non come il loto i solari raggi o le terrene brutture le bellezze del cielo. Quali libri, quali parole, quali lettere son più sante, più degne, più reverende che quelle della divina Scrittura? E si sono egli stati assai che, quelle perversamente intendendo, sé ed altrui a perdizione hanno tratto. Ciascuna cosa in se medesima è buona ad alcuna cosa, e male adoperata può essere nociva di molte; e così dico delle mie novelle.”

Morte Boccaccio: l’attualità delle sue parole

Lo sapeva che travisamenti culturali e rifacimenti distorti, avrebbero potuto condurre a estremismi; che forse alcuni sarebbero stati punti di non ritorno per intere civiltà e strutture sociali. Ipotizzava forse che le donne avrebbero dovuto ritagliarsi a forza, in anni, il loro spazio e che le brutture della peste sarebbero forse ritornate, in altre vesti ma trascinando la stessa tacita paura di sempre.

Il punto è che Boccaccio moriva secoli fa e oggi continua a parlare con un’attualità impensata; nella contingenza di riflessioni che potrebbero sembrare anacronistiche e mai sono state più in tempo.

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