Jonathan Bazzi racconta l’HIV. Malattia e letteratura

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Il romanzo d’esordio di Jonathan Bazzi, Febbre, racconta l’esperienza della scoperta della sieropositività da parte dell’autore-narratore

I testi che trattano temi delicati come la sieropositività al virus dell’HIV sono tanti: dai manuali medico-scientifici ai volumi socio-psicologici, ai libri di auto-aiuto, ai romanzi. Questa pluralità di opere sull’argomento risponde a una precisa esigenza: purtroppo, ancora oggi, non si è abbattuto quel muro che si innalza tra malato e società. Le morti di diversi personaggi famosi per HIV hanno sconvolto e destabilizzato tutto il mondo: Freddie Mercury, Keith Haring, Rudolf Nureyev, per citarne solo alcuni. Tuttavia, nonostante il tema sia stato largamente sdoganato con dichiarazioni sempre più numerose negli ultimi trent’anni, la disinformazione e il pregiudizio sono ancora presenti e per nulla inconsistenti. Per questo motivo c’è stato bisogno, a volte, dell’intervento della letteratura. Per questo motivo serviva Jonathan Bazzi. Scopriamo insieme come l’autore esordiente racconta l’HIV con il suo primo romanzo, Febbre (Fandango).

Jonathan Bazzi racconta l’HIV

Con Febbre, candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega, Jonathan Bazzi racconta l’HIV e la sua esperienza con la scoperta della sieropositività. Il romanzo viaggia su due binari. Il primo è quello del presente: è il 2016, Jonathan ha 31 anni e un giorno di gennaio arriva una febbre che non va più via. Dopo poco, i primi dubbi: cosa sarà? L’angoscia più grande si rivela legata al sorgere di queste domande, più che al malessere stesso. Al protagonista viene in mente l’ipotesi peggiore: un cancro, la chemioterapia, l’addio ai suoi cari. La paura riempie i suoi giorni.

Quando si ha paura davvero, la paura anestetizza anche se stessa. Non si sente più niente.

Al termine di questo climax di ansie e paranoie, il momento della scoperta, il d-day: Jonathan è sieropositivo. La reazione è inaspettata: il protagonista si sente addirittura liberato dalla diagnosi. Non sta morendo, oggi questa malattia si può tenere sotto controllo. Ci pensa lui a rassicurare le persone a cui lui stesso dovrà confessare la brutta notizia. Sarà lui a liberarsi della malattia, chiamandola per nome.

Quando mi capita di raccontare alla gente, agli amici, al mio medico di famiglia, il modo in cui ho reagito alla diagnosi nessuno capisce come sia possibile. Perplessità, sguardi confusi. Sì, nel momento in cui scopro di avere l’HIV io sono contento. Sollevato.

La necessità di un’etichetta

Nel momento in cui viene dichiarato sieropositivo, Jonathan si imbatte nella necessità del mondo di etichettarlo. Attraverso le sue parole, entriamo nel vivo della nota dolente del pregiudizio nei confronti soprattutto degli omosessuali, senza ricordare che l’HIV è una malattia che non conosce orientamenti.

Vengo ricondotto a una comunità, a una storia, una casistica. Il virus dell’HIV conferma che sei gay e che hai fatto sesso. Magari troppo, in modo promiscuo. Vabbè, mica solo i froci. Ma nell’immaginario comune. È quello che conta.

Eppure la malattia non lo definisce. Infatti, questa necessità del mondo di dare un posto e un nome alle cose e alle persone può essere interpretata, allo stesso tempo, come una conquista. Jonathan finalmente esce dai ranghi, smette di vivere ai margini e appartiene a un gruppo.

Sono stato in Africa, sono stato ad Haiti, sono stato a New York […]. Una parte di me ha fatto questo viaggio lunghissimo, nello spazio e nel tempo, e l’ha fatto prima di entrarmi dentro, prima di diventare quello che sono ora. Appartengo a una comunità invisibile. Di trapassati e superstiti, fantasmi e reliquie viventi.

Il secondo binario

L’altro binario viaggia invece nel passato: alternati ai capitoli che narrano il presente, ne troviamo altri che hanno come protagonista un Jonathan bambino e adolescente. Il rapporto con i genitori, con i nonni che lo hanno cresciuto, con i compagni di scuola. Jonathan scopre l’amore per lo studio, ma l’odio di doverlo dimostrare per via della balbuzie. E poi il bullismo, i brutti ricordi, le prime avventure amorose, furtive e condite di sensi di colpa e desiderio. Qualcuno potrebbe parlare di un wallflower. Ultima, ma non meno importante, l’attenzione a Rozzano, zona dell’hinterland milanese in cui Bazzi è cresciuto, il “Bronx del Nord”. A Rozzano, Rozzangeles, come viene chiamata, terra di rapper e di operai, ci sono venuti tanti meridionali in cerca di lavoro, anche se “Rozzano non è Sud. È una specie di Sud senza il calore del Sud”. Ma anche poveri, delinquenti, tossici, bulli. Uno di quei posti in cui ti fanno sentire in colpa anche se desideri qualcosa in più per te stesso e la tua famiglia.

A Rozzano si litiga sempre, si può anche ammazzare, si viene ammazzati. È già successo, succederà ancora.

In questo romanzo memoir, Jonathan Bazzi racconta l’HIV e lo scaraventa in faccia a tutti, anche a sé stesso. Febbre è sincero e duro, anche nelle parole. Racconta una società troppo impregnata ancora oggi di un machismo bestiale, nel vero senso del termine. Parla del pellegrinaggio negli ospedali senza peli sulla lingua. Non compara l’HIV a una condanna, ma a una liberazione che mira a una diversa destinazione, la consapevolezza. Perché la paura di non riuscire nemmeno a dare un nome alla malattia non può portare ad alcuna libertà. Febbre è un elogio al potere liberatorio della parola.

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