Lo Schwa (Ə) per maschili e femminili: sì o no?

Lo-Schwa

La sociolinguista Vera Gheno propone lo Schwa al posto dell’asterisco per riferirsi indistintamente a maschi e femmine. Effequ è la prima casa editrice a inserirlo

Avete presente la e rovesciata? Questa qui ə, per intenderci.
Ebbene, questa e ha un nome: Schwa (scevà in italiano).
Lo Schwa è uno dei simboli grafici inserito all’interno dell’alfabeto fonetico internazionale e si riferisce a una vocale dal suono neutro, senza accento né tono. L’avrete sicuramente sentita qualche volta, anche perché è fondamentale per molti dialetti del Sud, soprattutto per il napoletano. Questa però non è una lezione di linguistica né di fonetica.
Non solo, almeno. Parliamo invece di un dibattito sullo Schwa, quello tra Vera Gheno, insieme alla casa editrice Effequ e il giornalista Mattia Feltri. Il tutto nacque quando la sociolinguista propose (anche se non per prima) lo Schwa come soluzione alle forme non binarie. Un’alternativa all’asterisco in cose come «Ciao a tutt*», «Car* tutt*». È un uso interessante che ha però un limite non indifferente: l’impronunciabilità. Con lo Schwa si risolverebbe così: «Carə tuttə».

Schwa: sì o no?

Alcuni non sono stati d’accordo con la scelta della sociolinguista, tra loro Mattia Feltri. Qualche settimana fa infatti, il giornalista scrisse in merito allo Schwa su La Stampa. Feltri, al grido di «Allarmi siam fascistə», si era chiesto se effettivamente l’utilizzo della vocale neutra potesse tutelare le persone e rispettarne l’identità. Non si è fatta attendere la risposta della casa editrice Effequ, che ha pubblicato il libro della Gheno Femminili singolari, e nemmeno quella della sociolinguista stessa.

La risposta della Gheno

Al pezzo di Feltri Vera Gheno, rispose con un post su Facebook, affermando che nella lingua convivono norme e libertà in (quasi) egual modo e che molti fanno fatica ad accettare modifiche e nuove entrate nel vocabolario della lingua italiana. E non appena beccano un errore, un’imperfezione, un refuso, subito diventano i difensori della lingua italiana. Questi sono i grammar nazi.

Con la curiosità che la contraddistingue, Vera Gheno ha osservato come particolari gruppi (femministe, attivisti LGBTQ+), non sentendosi rappresentati nel binarismo, provassero a risolvere il problema almeno sotto il punto di vista linguistico. I rimedi sono stati vari: dall’asterisco alla barra obliqua, al trattino basso. Queste soluzioni hanno però un grande limite: sono impronunciabili. Da qui la proposta: lo Schwa.

Già in Femminili singolari, nel quale il “maschilismo” della lingua veniva fuori in tutta la sua fierezza, Vera Gheno aveva parlato dello Schwa per marcare le forme non binarie. La scelta ha influenzato linguisti, appassionati e persino case editrici. Come Effequ, la casa fiorentina che pubblica i libri della Gheno e per cui lavora Silvia Costantino. Quest’ultima, in un’intervista per il Fatto Quotidiano afferma:

Quando Vera Gheno ha proposto l’utilizzo dello Schwa, Francesco Quatraro e io abbiamo deciso di comune accordo di modificare le [nostre] norme editoriali, per avvicinarci alla nostra idea di mondo: un posto accessibile, colorato, inclusivo.

Obiettivi dello Schwa

E in effetti questo è uno degli obiettivi che si pone lo Schwa. Innanzitutto, quello di rispondere alla necessità di inclusività della lingua.
Per molti, quest’elemento riflette anche l’aspetto politico e sociale del nostro Paese, dato che cambia e si evolve a seconda di aspetti non inclusi nelle questioni puramente linguistiche. In secondo luogo, permette una composizione di commissioni equamente rappresentativa. Se, riferendoci a un mestiere, utilizziamo infatti rispettivamente i titoli professionali senza discriminare il sesso femminile o in generale le minoranze, si potrà giungere meglio e più velocemente a una parità.

Lo Schwa e i femminili

Tra le opinioni contrastanti, c’è chi afferma che nella lingua non esistono e non possono esistere discriminazioni, che nell’utilizzo dei mestieri a essere utilizzato non è il genere maschile, bensì il neutro, e rabbrividiscono al pensiero di alcune forme al femminile come avvocata/avvocatessa e architetta. Proprio in merito a quest’ultimo termine si aprì, tre anni fa, un dibattito all’interno dell’Ordine degli Architetti di Bergamo, risolto con l’accettazione di architetta da parte dell’Accademia della Crusca.
Fu il primo caso in Italia. In quell’occasione, l’architetta Silvia Vitali spiegava che, con questa decisione, l’Ordine aderiva a

una visione meno sessista, condivisa ormai da numerosi settori della società, dalle istituzioni di numerosi paesi europei nonché recentemente dall’Accademia della Crusca. Una visione dove la donna non rimane più nascosta all’interno del genere grammaticale maschile.

E ancora:

L’uso non discriminante dei titoli professionali in riferimento alle donne è un risultato importante, perché l’appropriazione declinata di un appellativo favorisce la consapevolezza di un mondo più equo e diversificato a favore delle nuove generazioni.

Proprio in merito alla questione del femminile, Vera Gheno aveva già pubblicato diversi articoli sulla necessità di introdurre le declinazioni al femminile di alcune professioni più o meno per gli stessi motivi elencati sopra.

Conclusioni

Posta in questi termini, possiamo affermare che la lingua è questione non solo di cultura e di abitudine, ma anche di aggiornamento, per essere al passo con questa società di inclusività e accoglienza. Stessa cosa accade con il gergo giovanile. Per di più, ci siamo già abituati ad altre parole entrate in uso non tantissimi decenni fa. Perché non continuare ad adeguarci?
Per i puristi della lingua, comunque, c’è sempre il ricorso all’amata Treccani, che docet et imperat.

In ogni caso, crediamo che il dibattito più formativo sia sicuramente quello basato sul confronto maturo e sull’informazione, per cui a conclusione di quest’articolo proponiamo un pensiero della stessa Vera Gheno, espresso su Facebook:

Effetto collaterale del dibattito polarizzato è la continua creazione di eroi e di arcinemici, di superbuoni e di supercattivi. Come al solito, vorrei tanto che si riuscisse a riportare la questione in quella fantastica e feconda zona grigia che sta tra i due estremi. Senza estremismi e senza estremisti né da una parte né dall’altra.

Ciao a tuttə!

Fonti: il post, il giornale della libreria, the submarine