La libertà delle donne al centro delle proteste in Thailandia

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Gli studenti thailandesi vogliono lo scioglimento del governo, ma anche la libertà di aborto e autodeterminazione

Da settimane, gli studenti e le studentesse/ donne della Thailandia stanno protestando contro il governo, in particolar modo, contro la monarchia. Vogliono una “vera democrazia”.

Il gruppo Free People, guidato da studenti, ha ribadito tre richieste: che venga sciolto il governo guidato dal generale Prayuth Chan-o-cha; che cessino le violenze nei confronti degli attivisti; che venga riscritta la costituzione, frutto del colpo di stato del 2014.

Secondo quanto riportato dal Bankok Post, le proteste sono iniziate il 18 luglio e man mano si sono diffuse nelle varie province, soprattutto nei campus scolastici e universitari.

La voce delle donne della Thailandia

Durante le proteste, le donne e i movimenti femministi hanno ricoperto un ruolo fondamentale.

Al di là della rivendicazione del diritto all’aborto, sostengono il diritto all’autodeterminazione in quanto aspetto, non trascurabile, nelle rivendicazioni democratiche. Per loro, dunque, è necessario mettere in discussione tutto il sistema di valori facente parte della tradizione monarchica.

La situazione in Thailandia

Il re in Thailandia è considerato quasi al pari di una divinità. Chi osa criticarlo può essere punito, anche con la detenzione.

Il Paese ha una delle legislazioni più severe al mondo, per il reato di lesa maestà. Si rischia, infatti, una pena detentiva fino a 15 anni.

Il governo è ora nelle mani del generale Prayuth, salito al potere durante il golpe del 2014; era stato eletto poi primo ministro nel 2019, sebbene vi siano molti sospetti sulla regolarità delle elezioni.

Il re Maha Vajiralongkorn ha rafforzato il potere della monarchia, pur essendo ufficialmente una monarchia costituzionale. Questo ha influito negativamente sul Paese, specialmente sui militari, la polizia e la magistratura.

Contro le minoranze

Le proteste contro il governo erano già iniziate a gennaio, quando il tribunale thailandese dichiarò di voler mettere fuorilegge il Partito del Futuro Nuovo (Phak Anakhot Mai), movimento di opposizione molto diffuso tra i giovani.

A causa del Coronavirus le manifestazioni si erano interrotte, per poi riprendere causa il mancato sostegno ai gruppi sociali più deboli, durante il lockdown, e per il crescente divario tra ricchi e poveri.

Il 16 agosto, a Bankok si è svolta una delle manifestazioni più partecipate.

Diecimila partecipanti avevano parlato a sostegno dei diritti delle persone LGBTQI+, dei diritti delle sexworkers e dei diritti delle donne.

Durante questo evento una manifestante, una volta salita sul palco, ha affermato col pugno teso: «Chiediamo la revoca della legge che punisce le donne che vogliono praticare un aborto. Il nostro corpo ci appartiene. Così come ci appartengono le decisioni che si possono prendere sul nostro corpo e sulle nostre vite!».

La legge sull’aborto in Thailandia

Una legge del 1957 permette di ricorrere all’interruzione di gravidanza, solo quando è a rischio la salute della donna o quando è frutto di una violenza sessuale. Però, se non c’è una denuncia ufficiale, l’aborto non è consentito e, spesso, si ricorre a quello clandestino.  

Ci sono stati dei progressi negli ultimi anni. Nel 2005 sono state inserite alcune eccezioni, dando, in teoria, al giudice, la libertà di interpretare in maniera più ampia.

Un esempio è quello di alcune donne che, poiché vivevano in condizioni difficili o erano troppo giovani, quindi incapaci di crescere un bambino al meglio, non sono state condannate.

Inoltre, a febbraio 2020, la Corte costituzionale thailandese, ha ordinato di riscrivere parzialmente la legge entro febbraio 2021.

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