Le varianti del Coronavirus

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Cosa significa il termine varianti? Perché il virus cambia?

La nostra vita è ormai cambiata, da quando in Italia, nel febbraio 2020 è stato registrato il primo caso di coronavirus.
Il virus SARS-CoV-2 è un virus RNA e come tutti gli altri, è predisposto a mutazioni, che hanno generato diverse varianti. Per identificare nuovi antivirali bisogna passare attraverso la conoscenza della struttura tridimensionale, letteralmente la forma delle proteine del virus, che sono responsabili dell’infezione delle cellule e della replicazione. Una volta nota la struttura delle proteine, è possibile per i chimici sintetizzare dei composti che ne bloccano la funzione e di conseguenza, il ciclo vitale del virus.

La struttura a forma di corona

Talevirus è costituito da trenta mila nucleotidi, ogni nuova copia può presentare mutazioni, che si determinano in modo casuale. Se la nuova mutazione presenta un vantaggio, quest’ultima potrebbe diventare dominante sulle altre. Indentificata la tridimensionale struttura, la mutazione è determinata dalla glicoproteina S. Quest’ultima è meglio nota come spike, è fondamentale dato che determina la specificità del virus per le cellule epiteliali del tratto respiratorio. Ben tre glicoproteine si uniscono, fino a formare un trimero e a loro volta, uniti somigliano a una corona che circonda il virus, dalla quale prende il nome.

Quali e quante sono le varianti?

Avendo ormai compreso la struttura del virus pandemico mondiale, è importante caratterizzare e classificare le diverse varianti. Le principali sono essenzialmente tre: inglese, brasiliana e sud africana; inoltre vi sono anche due sottocategorie: quella scozzese e quella napoletana.

La variante inglese

La prima variante che ha scombussolato la comunità scientifica, è la variante inglese (B.1.1.7). Quest’ultima è stata intercettata a partire dal settembre 2020 nel Sud-Est dell’Inghilterra. È nota in particolare per le alterazioni a livello genetico che la caratterizzano. Probabilmente non è l’intensità con la quale colpisce il genere umano, quanto il livello di contagiosità che preoccupa gli studiosi. Secondo uno studio condotto nel Regno Unito, il rischio di morte a 28 giorni per la variante (B.1.1.7) COVID-19 era del 64%, superiore a quello dei ceppi circolanti in precedenza nelle persone di età superiore ai 30 anni. Lo studio, è stato condotto dai ricercatori dell’Università di Exeter e pubblicato su BMJ.

La variante brasiliana

Nel dicembre del 2020, è invece emersa la variante brasiliana (P.1). Quest’ultima è stata per la prima volta diagnosticata ad un’infermiera di quarantacinque anni. La donna era già guarita dal vecchio ceppo del corona virus, ma gli effetti di questa variante, sono risultati più intensi. Non sono emerse rilevanti informazioni riguardo la sua trasmissibilità, ma ciò che preoccupa è principalmente l’efficacia dei vaccini. Dato che la proteina spike assume una forma diversa, quindi di difficile intercettazione da parte del sistema immunitario. La sua presenza è stata subito segnalata in Giappone e Corea del Sud. In Italia le stime dell’ISS considerano i contagi da quella brasiliana interessino circa il 4,3% della popolazione.

La variante Sud-Africana

La variante presentata per la prima volta nel novembre 2020, è invece quella Sud-Africana (501.V2).
Anche quest’ultima presenta alcune ambiguità, è molto contagiosa, come la variante inglese. Il dato di particolare importanza è legato al fatto che quest’ultima diminuisce l’efficacia legata al vaccino. Da gennaio 2021 è stata isolata in almeno 20 altri paesi Europei ed ha colpito anche persone che non sono state in Sud Africa. Questo suggerisce che tale variante sia in realtà più diffusa di quanto si pensi.

La variante scozzese e quella napoletana

La variante scozzese (B.1.525) è la cosiddetta “variante della variante”. Quest’ultima è stata registrata per la prima volta in Scozia, all’università di Edimburgo. Tra i paesi più colpiti ricordiamo: il Regno Unito, la Danimarca, gli Stati Uniti d’America, seguono Nigeria, Germania e Italia. Proprio in Italia il primo caso è stato accertato il 17 febbraio in Lombardia.
La variante napoletana è stata rinominata (B.1.525), scoperta per la prima volta all’Istituto Pascale di Napoli.


”La scoperta della nuova variante, è partita da un progetto che stiamo sviluppando con l’Università Federico II di Napoli. Per mettere a punto una tecnica di sequenziamento del genoma virale che possa rispondere a casi eccezionali”.
(Nicola Normanno, direttore del dipartimento di ricerca dell’Istituto)

Perché le varianti preoccupano?

Naturalmente sono in corso molteplici studi su tali varianti, ma queste ultime preoccupano gli studi di sorveglianza epidemiologica, riguardo l’efficacia vaccinale. Infatti i vaccini potrebbero non influire su tali varianti, ovvero potrebbero comunque infettare i vaccinati. In tal caso il vaccino risulterebbe vano e con sé tutti gli sforzi compiuti per combattere tale virus. Anche se i due nuovi vaccini contro il coronavirus che verranno approvati presto: Novavax e l’altro da Janssen – sembrano offrire una buona protezione anche nei confronti delle varianti più comuni.

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