Il lago dei cigni: fotografia dell’ambivalenza umana

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L’emblema della danza classica

Volenti o nolenti, quasi tutti sapremmo intonare qualche nota del lago dei cigni.
Un tutù bianco ed una musica dolce, quasi disperata: spesso sono i primi elementi che si immaginano quando si parla di danza classica.
Il lago dei cigni è oggi considerato uno dei capolavori di Pëtr Il’ič Čajkovskij (spesso traslitterato come Tchaikovsky).

L’allestimento coreografico del balletto è stato più volte rimaneggiato. Probabilmente, esso continua ad ispirare numerosi artisti perché rappresenta l’animo umano così com’è: intriso di ambivalenze.

Il lago dei cigni: storia di un (quasi) fallimento

È il 4 marzo del 1877. Probabilmente è una sera fredda a Mosca, dove per la prima volta viene portato in scena Il lago dei cigni.

L’opera segue la storia d’amore fra il principe Siegfried e Odette, una splendida ragazza che il mago Rothbart ha tramutato in cigno.
Odette ha la possibilità di riprendere le proprie sembianze umane solo di notte: è in una di queste notti che incontra il principe e se ne innamora, ricambiata.

È quasi un battesimo di fuoco per Čajkovskij. A 37 anni ha già scritto un po’ di musica, ma è la prima volta che si avventura in quello che potrebbe essere un campo minato: il balletto.
Scrivere musica per la danza era, fino ad allora, considerato un lavoro di poco prestigio. Le composizioni dovevano semplicemente limitarsi ad essere ballabili e non richiedevano grande ingegno.

La prima del balletto a cui Čajkovskij aveva con tanto entusiasmo lavorato, si rivela poco meno di un fiasco: i musicisti ed i ballerini lamentano l’eccessiva difficoltà della partitura, la critica non è benevola.
Tuttavia, per valorizzare l’opera di un genio, è necessaria la mano di un altro genio. Ecco che nel 1895, due anni dopo la morte del compositore, il lago dei cigni conosce nuova gloria grazie all’allestimento del coreografo Marius Petipa, a cui si devono gli adattamenti più celebri del repertorio classico.

Oltre il palcoscenico

Da quel momento, Il lago dei cigni è entrato nell’immaginario collettivo come emblema della danza. La sua fama è forse dovuta alla presentazione semplice ed immediata dell’antica dialettica fra bene e male.
Nel quarto atto del balletto, infatti, entra in scena Odile, figlia del malvagio mago. La ragazza, acquisite le sembianze di Odette, ingannerà il principe, che, credendola la sua amata, la chiederà in sposa.
Egli condannerà così Odette all’infelicità e alla morte.

Il lago dei cigni è un banco di prova per molte ballerine e non solo per i virtuosismi tecnici compresi nel ruolo.
La sfida è  rappresentare con la stessa intensità due facce della stessa medaglia: Odette e Odile. Luce ed oscurità. Purezza e corruzione.
Odile incarna per molti versi la femme fatale, la manipolatrice per eccellenza. Odette è candore allo stato puro, vittima sacrificale e impotente di una logica malata.

Tale ambivalenza diventa ancor più evidente quando, grazie al riadattamento di Rudolf Nureyev del 1984, anche la figura del principe Siegfried assume nuovo significato. Egli sarà proposto come un giovane animato da innumerevoli tensioni e non come il canonico principe-eroe del balletto classico.

Nureyev intese il ballerino come molto più che semplice porteur, costantemente oscurato dalla protagonista femminile.
In quest’ottica, Siegfried diventa dunque un personaggio complesso. Egli è in costante lotta con valori e imposizioni a cui non può sottrarsi.

Dopo 144 anni dalla sua prima rappresentazione, resta forse questa la forza del Lago: la capacità di portare in scena nient’altro che la condizione umana, la tensione fra morale ed immorale che da sempre attraversa le società.

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