La politica demanda alla responsabilità del cittadino

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Azioni di distrazioni di massa:
la politica demanda al popolo

La politica demanda e i messaggi, inutile negarlo, sono contraddittori; siamo abbastanza confusi dalla divulgazione, variegata e alquanto singolare.

Il Governo sarebbe in attesa del 15 novembre prima di chiudere il Paese, ma le notizie sono frammentate e la sensazione è che qualcosa stia procedendo al rallentatore.

Si parla di trattative e non sembra un argomento confortante.
Come se i passaggi di coefficienti di rischio dovessero essere sottoposti a mediazioni, in un momento di emergenza sanitaria estrema.

I dati arrivano dalle Regioni, si afferma dai vertici.
Un altro fenomeno incomprensibile, alla luce delle estreme difficoltà nella gestione dei ricoveri.

I medici e gli infermieri sembrano collocati in altra galassia, rispetto alle risposte politiche. Essere in emergenza allo stato attuale è, evidentemente, il risultato di errori annunciati.

Lasciare spazio al divertimento estivo è stato fatale. Non ci sono dubbi.

Tuttavia, al netto di evidenze, la recrudescenza era annunciata.

Preoccupazioni senza sostegni

Esperti in netto contrasto, pareri palesemente incompatibili. Chi sostiene un principio, chi avalla una tesi; la situazione appare kafkiana. Medicina territoriale abbastanza approssimativa, strutture sanitarie alla saturazione.

Il Paese è sconvolto, il Popolo allo stremo, ma pochi sembrano averne contezza.

Un ulteriore restringimento, delle misure di contatto sociale, potrebbe essere un buon deterrente, ma si litiga su tutto ed il contrario di tutto.

L’incertezza regna sovrana e le capacità scarseggiano.

In sostanza e purtroppo, le preoccupazioni non trovano sostegni adeguati, a contenerne l’intrinseca ansia.

Le polemiche non portano da nessuna parte,  le norme devono supportare ogni sfera comportamentale, ma la coscienza individuale non si regola.

Necessità di fare i tamponi

Parlare, in questo frangente, di riorganizzazione del sistema è come reiterare la solita cantilena, dell’ondata della scorsa primavera.

I problemi logistici ci stavano e sono restati. Accordi con i medici di base non sembrano sortire effetti di sollievo, la situazione è restata inefficace per la soluzione.

La curva continua a crescere e, a questo giro, manca anche quella coesione che ha contraddistinto la solidarietà, messa in atto lo scorso confinamento.

Avere una risposta, sentire un interesse, nell’attuale realtà, è un’esigenza assolutamente sentita. Una sorta di assistenza integrativa, tale da dare sollievo alle apprensioni. Le Unita Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) dovrebbero significare appunto questo: un sistema di intervento preciso.

Sono strutture itineranti, assai speciali, operative con tempestività e competenza. Dovevano essere significativamente incrementate, il Governo avrebbe dovuto attivarne 1200. Ad oggi siamo a 600.

Insufficienze palesi e una politica che demanda

Il lavoro non è stato portato a termine e, quindi, regione per regione – a cascata – si sono moltiplicate estreme difficoltà.

Nove miliardi e mezzo stanziati, ma non si riesce a comprenderne la gestione e la finalizzazione dell’attivazione.

Non ci sono, evidentemente, capacità gestionali all’altezza delle situazioni assai complicate. Latitano le competenze, ma nessuno sembra accorgersene.

Ci sono ancora casse integrazioni inevase da marzo scorso, ci sono problematiche non ancora riscontrate e, in aggiunta, la rinnovata crisi economica che lascia famiglie in sospeso.

Adesso si attende il riscontro del “Ristori”, ma già è risaputo che sarà insufficiente.

Manca, forse, l’umiltà di raccogliere suggerimenti, da parte di chi potrebbe avere una qualche competenza.

La rabbia sociale sta aumentando e sono necessarie significative risposte, con ristori fiscali importanti e tangibili.

Auguri a noi, ne abbiamo bisogno.

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