La camorra e Garibaldi nel 1860

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Il tradimento di Liborio Romano, la fine del Regno e la figura di Tore e Criscienzo: la camorra e Garibaldi nel 1860

La camorra e Garibaldi nel 1860: ancora oggi, dopo più di 150 anni, sentiamo parlare di questione meridionale come di una tragedia che attanaglia il cosiddetto “meridione”, senza possibilità di apportare qualsivoglia strategia per combatterla, debellarla.

Nonostante la storia ufficiale tracci gli eventi del 1860 come una sorta di romanzo d’avventure, oggi è possibile individuare alcune delle piaghe che segnarono la fine del Regno Delle Due Sicilie e l’inizio dello stato unitario, con la possibilità di rimarcare gli accadimenti, l’incipit della morsa che tuttora attanaglia il Sud.

La trattativa tra Liborio Romano e Tore’ e Criscienzo e la camorra e Garibaldi nel 1860

La storia reale degli eventi che sanciscono l’unità d’Italia comincia, finalmente, ad emergere e ad arrivare alle “masse”, nonostante i plurimi tentativi dei saloni di chiara ispirazione giacobina, che tentano di celare quanto è accaduto.

Una unità nata, dunque, dalla strettissima collaborazione tra lo Stato italiano nascente e la Camorra, grazie all’intervento e alla collaborazione tra Liborio Romano –  prefetto di polizia sotto la reggenza borbonica e pioniere del trasformismo politico – e Salvatore De Crescenzo, meglio conosciuto come Tore’ e Criscienzo, indiscusso capo della Camorra.

L’amnistia raggiunta

Romano, per garantire l’ingresso di Garibaldi a Napoli senza tumulti e rivolte, nell’intento di mantenere l’ordine, convoca  De Crescenzo.

La proposta, è per lui e per i suoi sottoposti la totale amnistia, uno stipendio governativo e l’adesione alla guardia cittadina.

Tore’ e Criscienzo accetta e così l’ingresso di Garibaldi a Napoli è caratterizzato dall’ordine imposto dai camorristi.

«…è rrobba ’e zì Peppe»

Gli uomini arruolati, in pochi mesi diventano dodicimila: si assiste così ad una vera e propria escalation criminale.

La camorra in “coccarda tricolore”, trova la sua legittimazione con l’incremento a dismisura di contrabbando ed estorsione. Infatti tutte le merci in entrata a Napoli vengono intercettate dai malviventi, al grido di:

«è robba ’e zì Peppe», alludendo evidentemente a Giuseppe Garibaldi. 

La camorra manifesta in quest’occasione l’avidità del suo opportunismo e la capacità di sfruttare, in barba ad ogni ideale, congiunture e situazioni propizie. Questo è il primo passo verso la “modernizzazione” di una delle più feroci e spietate organizzazioni criminali contemporanee.