La calda estate di Garlasco

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Agosto 2007, la quiete di Garlasco, piccolo paese in provincia di Pavia, viene improvvisamente sconvolta dall’omicidio di una giovane 26enne, Chiara Poggi

Sono passati 13 anni da quel mattino del 13 agosto 2007 nel quale, nella sua casa di Garlasco, venne ritrovato il corpo senza vita di Chiara Poggi, 26 anni, impiegata.

Fu il caso dell’estate ma la vicenda era destinata a proseguire negli anni, con diversi colpi di scena, sino al 12 dicembre del 2015 quando la Corte di Cassazione ha confermato la condanna di Alberto Stasi, oggi trentasettenne, allora fidanzato della vittima, alla pena di 16 anni per l’omicidio della giovane.

Proprio nelle scorse settimane i nuovi legali di Stasi hanno presentato una istanza di revisione del processo, sulla quale la Corte d’Appello di Brescia, che ha già respinto la richiesta di sospensione della pena, si pronuncerà il mese prossimo. 

Ma facciamo un passo indietro nel tempo e torniamo al 13 agosto del 2007

Chiara e Alberto sono una coppia affiatata e stanno insieme da cinque anni.
A detta di tutti sono due bravi ragazzi senza grilli per la testa tanto che quella estate hanno deciso di non andare in vacanza, lei per fare uno stage in una azienda di Milano e lui per preparare la tesi di laurea in Economia e Commercio. Le rispettive famiglie, invece, sono in ferie da qualche giorno.

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Chiara Poggi e Alberto Stasi

I due ragazzi trascorrono la serata  del 12 agosto in casa di Chiara poi Alberto torna da lui a dormire. La mattina seguente Alberto cerca invano di contattare Chiara  telefonicamente. All’ora di pranzo si reca presso l’abitazione della ragazza, a Garlasco, suona il campanello ma non ottiene risposta.

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Casa di Chiara Poggi

Decide quindi di scavalcare il cancello e, trovando la porta di casa socchiusa, entra.
Davanti ai suoi occhi vede sangue. Sangue dappertutto. Ma di Chiara nemmeno l’ombra. Seguendo le tracce di sangue Alberto giunge all’imbocco delle scale che scendono in cantina e li, proprio in fondo a quelle scale, scopre il corpo della ragazza.

Chiara indossa ancora il pigiama e non da segni di vita. Alberto esce dall’abitazione di corsa senza guardare dove mette i piedi, come ribadirà più volte davanti agli inquirenti.
Una volta fuori di casa, chiama al 118.

E proprio con questa telefonata che inizia, il cosiddetto, giallo di Garlasco

Sono le 13.50 di lunedì 13 agosto.
Alberto comunica all’operatore della centrale che è appena stato a casa della fidanzata Chiara e l’ha trovata, sdraiata per terra, all’interno dell’abitazione.

Prime anomalie da segnalare: perché in realtà Chiara era riversa in fondo alle scale che dal piano terra conducono in cantina e non sdraiata per terra all’interno dell’abitazione, come Alberto riferisce nella telefonata al 118.

Il tuono della voce del ragazzo sembra asettico, distaccato.
Parla di una persona forse uccisa forse ancora viva. Solo incalzato dall’operatore della centrale del 118 riferirà che sta parlando della sua fidanzata.
La telefonata, inoltre, non la fa stando vicino a Chiara provando a prestarle soccorso, visto che a suo dire, potrebbe essere ancora viva.

Alberto, dopo essersi reso conto della situazione, esce di corsa dalla casa e sale in macchina diretto alla stazione dei Carabinieri di via Dormo, li vicino.
Non la tocca neppure, non si avvicina a lei.
Dice che c’è sangue da per tutto ma lui è immacolato.

Inizialmente Alberto dichiarerà di aver subito chiamato il 118 fuori da casa Poggi ma le tempistiche non tornano. Alberto, in realtà, chiama il 118 quando si trova già in prossimità, se non di fronte, della caserma dei Carabinieri che dista circa 600 metri dal luogo del delitto.

Quindi due minuti, circa, in macchina.  
Sarà lui stesso a dichiarare di aver perso tempo a comporre il numero sbagliando a digitare il tasto d’invio della telefonata
.

Un tentativo di aggiustare una versione incongruente?
O gli è tornata la memoria? Difficile stabilirlo.
Sta di fatto che la telefonata al 118, vuoi per la tempistica vuoi per i toni contenuti, resterà, almeno per la corrente dei colpevolisti, uno degli elementi maggiormente a carico di Alberto Stasi.
Si tratta di un elemento suggestivo, certamente, ma che, almeno per il momento, non fa certo di Stasi un assassino.

Ma torniamo al racconto dei fatti

Alberto, dicevamo, arriva alla caserma dei Carabinieri e riferisce al Brigadiere Andrea Serra e al Carabiniere Scelto Gaetano Moscatelli quello che ha visto a casa della fidanzata.
I tre, quindi, si recano sulla scena del crimine in via Pascoli 8.

I Carabinieri scavalcano il cancello pedonale ed entrano dalla porta d’ingresso che poco prima Alberto aveva lasciata socchiusa.
Il ragazzo, invece, aspetta fuori.
Non entrerà più in quella casa, nemmeno nei minuti successivi.

La scena che si trovano davanti Serra e Moscatelli è, da subito, decisamente inquietante.
Così si legge dal verbale:
Appena entrati, sulla sinistra, notavamo un paio di pantofole di color bianco, un porta vasi in metallo rovesciato ed il relativo sottovaso, in metallo, capovolto.
In prossimità delle scale che conducono al piano superiore, venivano osservate diverse chiazze di sangue di cui una, particolarmente estesa. Altre macchie ematiche venivano rinvenute sul telefono e sulla parete ad esso adiacente
. Davanti alla scala che conduce al vano cantina veniva osservata una estesa macchia di sangue ed una ciocca di capelli. La porta di accesso alle scale che conducono in cantina era aperta e la luce accesa. In fondo alle scale veniva rinvenuto il corpo di una donna, poi identificata in Chiara Poggi, in posizione prona con la testa poggiata al muro e i piedi rivolti verso l’accesso della scala al piano terra.Intorno al corpo della ragazza veniva notata una enorme quantità di sangue e la stessa non dava segni di vita
”.

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Le tracce di sangue in casa Poggi

Chiara indossa ancora il pigiama rosa estivo, nella saletta tv al piano terra ci sono i segni di una colazione consumata. Una confezione di cereali, dei biscotti, un cucchiaino.
Una mattina iniziata come tutte le altre e bruscamente interrotta da una mano assassina.
Chiara non ha ferite da difesa e, con ogni probabilità, conosceva il suo bene aggressore.

E’ da questi dati che bisogna partire per fare le prime importanti considerazioni su cosa sia accaduto.

Manca sempre qualcosa……..continua

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