Intervista a Luca Gamberini: “Pensa che cretino che è l’amore”

Luca Gamberini

Luca Gamberini ha risposto ad alcune domande per noi sul suo nuovo libro “Pensa che cretino che è l’amore” pubblicato da Mondadori

Luca Gamberini, il poeta bolognese che ricordiamo soprattutto per le sue originali Poesie Espresse, si racconta nel suo nuovo libro di poesie d’amore intitolato “Pensa che cretino che è l’amore”. Perché questo titolo e perché Luca ha sempre la capacità di comporre in parole quei sentimenti che proviamo facendoci sentire compresi? È proprio lui ad avercelo detto durante la nostra chiacchierata. Leggi l’intervista!

Luca Gamberini, cosa significa questo libro per te?

Significa iniziare un percorso. Non è il mio primo libro, ma ho definito questa raccolta come un nuovo inizio. Ho più volte paragonato questo libro con Mondadori a un vero e proprio esordio, il salto di qualità. Se vuoi, posso fare un paragone con quello che per un calciatore può significare indossare per la prima volta la casacca di un top-club, probabilmente del più grande club/editore. E poi aggiungo questo: avevo bisogno e voglia di raccontare un po’ di cose. Avevo voglia di uscire allo scoperto, mostrarmi per quello che davvero, poeticamente, mi sento di essere, con il rischio di non piacere. Ma è la vita, se non rischi non cresci.

In quale momento preciso della tua vita hai scritto tutte queste poesie? Sono il risultato di una lunga gestazione?

Sono state scritte tra l’aprile del 2018 e la fine dell’inverno di questo 2021. Per la verità, vi è una poesia scritta nel lontano 2008. È stata una scelta simbolica, quasi a salvare una parte di me con la quale ormai ho fatto pace da tempo. Ogni poesia ha i suoi tempi di gestazione, possono variare da mesi a settimane. Ma c’è un preciso momento nel quale lo avverti e dici “bene, è finita“. Ecco, finché non arriva quel momento, bisogna continuare la gestazione.

Che tipo di criterio c’è dietro la suddivisione del libro in sezioni? Ogni sezione indica una tua disposizione d’animo diversa? 

La suddivisione è un’idea di Marilena Rossi, editor di Mondadori che mi ha seguito pazientemente durante i mesi di stesura. Vuole essere un viaggio attraverso sensazioni diverse, spesso contrapposte e ravvicinate, per creare un maggior effetto di coinvolgimento nel lettore. Di fatto, ogni sezione racconta le varie sfaccettature dell’amore, ma anche della vita stessa: dalle più positive a quelle negative, anche se è difficile trovare poesie di felicità e di tristezza nel vero senso della parola. Si tratta piuttosto di filtri dove possono presentarsi più sensazioni contemporaneamente.

Dalle poesie che appartengono alla sezione “Di rimpianti”, emerge quella sensazione malinconica di una storia importante, che forse si cerca di scrostare via. Fanno tutte riferimento alla stessa persona? 

No, di fatto ci sono più persone. Più situazioni di vita. I rimpianti afferiscono anche ad anni diversi, lontani tra loro; non è una cronaca amorosa, è piuttosto un viaggio tra “i miei rimpianti”. Anche se, forse, alla luce del tempo successivo, non sono poi neanche così tanto “rimpianti”

Secondo te, scrivere poesie su un qualcosa che è finito, come un amore, può aiutare a guarire? Te lo chiedo perché la poesia ha lo straordinario potere di incidere i ricordi come un fermo immagine, facendoli durare in eterno. Ecco, proprio questo intendo: il ricordo eterno di ciò che si può solo rimpiangere e non rivivere, creato dalla poesia, fa più bene che male? Se sì, tu sei riuscito a stare bene? 

Credo nel potere terapeutico della poesia non tanto per ri-vivere, ma proprio per vivere l’adesso, l’ora e il qui. I poeti non sono tali solo quando scrivono, ma anche e soprattutto quando non scrivono. Il poeta è il suo occhio, almeno io credo. A me fa stare bene proprio la poesia: leggerla, scriverla. “Rivivere” si può in tanti modi, casomai alle volte sorrido rileggendo i ricordi passati. Ma più di tutto, la poesia è esperienza del quotidiano.

Rimanendo sulla sezione “Di rimpianti”, chi è la donna di nome Bianca in questa poesia?

Cara Bianca,
capirai in fondo era una libreria di fronte a lingue straniere
ero distratto dal cedro del Libano
e dalla controra e dai portici.
Bologna quella sera dava il meglio di sé
io invece ero indeciso
e l’afa mi annebbiava l’ispirazione per le mie poesieespresse
[…]
erano le nove e andavi verso piazza Santo Stefano credo
dove ci sono i tavolini fuori perché è giugno
e ora mi tocca cercare uno stradario
estrapolando le tue coordinate dall’effetto che mi facevi
[…]
Sei andata via
sei parte di un altro spazio:
ci si potrà riconoscere ancora domani?
[…]

È stato un incontro casuale di una sera, durante una performance di PoesiaEspressa nella mia “seconda casa”, la Confraternita dell’Uva, una libreria indipendente di Bologna. Più che di Bianca in sé, questa poesia racconta di tutti gli incontri fugaci, improvvisi, come meteore, che attraversano la nostra vita.

Nella sezione “Di comunque” c’è una poesia a Dio. Che rapporto hai con Lui?

[…]
No tu Dio non puoi sapere cosa sia la sfida
che attende ogni uomo per mimetizzarsi in vita
con i mali con le fughe a vuoto di morte in giro
e tu sopprimeresti ogni più intimo desiderio
per rivedere chi è scivolato ed è rimasto indietro.
[…]
E allora Dio non negarci mai più la parola vivere:
tanto la favola ormai la conosciamo tutti a memoria
ed è sorridere a più non posso, correre, far l’amore
scrivere e forse anche sbagliare tutti i sensi unici
[…]

Credo in Dio, non ne faccio mistero. Essere credenti però non è sufficiente. Qualche giorno fa ascoltavo un’omelia, dove il parroco diceva che bisogna farsi “gioiosi annunciatori e coraggiosi testimoni” del messaggio evangelico. Credo che ciascun credente abbia questo dovere a livello quotidiano; Don Andrea Gallo invitava non tanto a essere credenti, quanto credibili. Fare poesia per me significa questo: raccontare la bellezza di Dio senza fargli sconti. Amare significa anche odiare. Amare significa entrare in diretta comunicazione con la fede che ciascuno vive. Con Lui ho questo rapporto: diretto, schietto. Non avrebbe senso altrimenti. Di fatto, Lui vede e sa anche quello che non vogliamo ammettere.

C’è una poesia che ricorda l’attentato a Bologna del 2 agosto 1980, ma c’è anche un riferimento all’incontro dei tuoi genitori. Che rapporto hai con loro? 

Il 2 agosto 1980 lui era lì.
Mio padre era lì forse accanto.
Mio padre vide -senza saperlo-
la bomba. Andava a Trento d’agosto.
L’aria dello scoppio arrivò.
In edicola chiese tracce di vita.
Una ragazza rispose. Era mia madre.

Io sono figlio di quel mancato
sguardo di morte,
di quel pieno sguardo d’amore.

Siamo le radici che abbiamo. Quella è una data storica per me, ma prima di tutto per tutti noi bolognesi e, naturalmente, per il nostro Paese. È una data di morte. Eppure è nato un amore, dal quale derivo per filiazione – proprio – diretta. A loro devo qualsiasi cosa di buono che possa fare. Per le cose meno buone, invece, me ne prendo solo io la responsabilità. 

Questa domanda, che avrebbe dovuto essere una delle prime, te la pongo quasi per ultima: mi spieghi il titolo del libro? Cosa significa per te? 

L’amore è cretino perché ci fa disperare e insieme desiderare. L’amore è troppo spesso preso sul serio in un modo sbagliato. Dovremmo prenderlo con la stessa leggerezza con la quale i bambini giocano, che sono serissimi, quando dicono: “facciamo che io ero….e tu eri…”. Ecco, quella è la disposizione d’animo con la quale vorrei guardare all’amore. Cretino, certo. Ma con un profondo rispetto, con la serietà dei giochi che si facevano da bambini.

La scrittrice Cristina Dell’Acqua, nella postfazione al tuo libro, fa una riflessione che coglie perfettamente il sapore che il tuo libro ha lasciato a noi lettori: un desiderio malinconico di una “felicità mai raggiunta, ma molto desiderata”. Ecco, cos’è per te la felicità?

Cristina mi ha fatto un regalo grande con la sua postfazione. La felicità è qualcosa che puoi solo desiderare, in sua assenza, e che mentre vivi magari non ti accorgi di stare sperimentando. La felicità, parafrasando una celebre frase di Giorgio Faletti in “Notte prima degli esami”, e che di fatto mi ha molto ispirato, non è quella che trovi alla fine, ma durante.

Ultima domanda: stai già lavorando a qualcos’altro o hai in mente dei progetti futuri?

Sì, ma è ancora un cantiere. Anzi, sono diversi cantieri. Un’idea di fondo però c’è già, sto cercando il modo migliore per raccontarla. Visto che va di moda, si potrebbe quasi dire che si tratti di uno spin-off, ma sono scaramantico – e nemmeno poco – per cui di più non voglio aggiungere. 

Insomma, Luca Gamberini è quel poeta che riesce a conquistarti per la semplicità con cui esprime i sentimenti in versi, semplicità che poi spalanca le porte di quella tua parte più sensibile, che metti a tacere per la frenetica routine di tutti i giorni.
La sua poesia si erge, potremmo dire, su questa “oscillazione” che va dall’intimo della sua vita personale alle vite dei singoli lettori, che quindi si sentono invitati a provare un sentimento che poi, alla fine, accumuna tutti: l’amore. In tutte le sue forme e in tutti i suoi gradi di intensità. Ecco, è proprio grazie a questa “oscillazione” che le poesie del nostro poeta, di colui che sente i “ti amo” far eco di portici a Bologna, diventano le poesie di un lettore e di una lettrice sparsi in un’altra città.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.