14 settembre 1974: il primo duplice delitto del Mostro di Firenze

Lo scempio delle vittime, il macabro disegno compiuto dall’assassino in una notte che oggi cerchiamo di ricostruire

Domenica 15 settembre non sono ancora le otto di mattina quando,  il contadino Pietro Landi si sta dirigendo verso la propria vigna nella frazione di Rabatta vicino Borgo San Lorenzo piccolo comune in provincia di Firenze, nel cuore del Mugello,  e, senza neppure avvicinarsi, capisce che all’interno ed intorno ad una fiat 127, ferma in mezzo ad un campo, è successo qualcosa di agghiacciante.

Il corpo privo di vita di un ragazzo si trova al posto di guida, indossa solamente mutande e calzini.
E’ stato colpito da cinque proiettili mortali, esplosi dal lato sinistro dell’autovettura, e da un’arma bianca che gli ha creato profonde ferite all’emitorace.

Il corpo completamente nudo di una ragazza, invece, giace supino a terra dietro l’auto.
Ha braccia e gambe divaricate ed un tralcio di vite inserito nella vagina; è stata raggiunta da tre proiettili non mortali e da 96 fendenti con arma bianca su tutto il corpo, di cui pochissimi mortali, molti altri superficiali, distribuiti come un macabro disegno nella parte pubica e sotto i due seni.

L’auto ha lo sportello anteriore sinistro bloccato con la sicura e quello destro aperto. Il finestrino anteriore sinistro frantumato e gli oggetti personali dei due giovani sparsi intorno all’auto (questo particolare si rivelerà costante in tutti gli omicidi del Mostro di Firenze).

La borsa della ragazza, ed il reggiseno, verranno rinvenuti solo nel tardo pomeriggio in mezzo ad un campo di granturco ad alcune centinaia di metri dal luogo del delitto, mentre orologio e anelli della ragazza non verranno mai trovati.

Ma chi erano le due vittime?

Sono due ragazzi, Pasquale Gentilcore, 19 anni, barista nello spaccio interno della Fondiaria SAI di Firenze, e Stefania Pettini ,18 anni, neo assunta segretaria d’azienda alla MAGIF di Firenze.

Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini

Alle 21:30 di quel sabato del 74, i due fidanzati erano partiti dalla casa della ragazza a Pesciola di Vicchio  con il proposito di raggiungere la discoteca Teen Club di Borgo dove avrebbero dovuto trascorrere la serata in compagnia di alcuni amici.

Evidentemente lungo il tragitto avevano deciso di appartarsi in un campo poco distante dal fiume Sieve, un campo normalmente frequentato dagli innamorati della zona e sicuramente già usato dai due ragazzi, come si sarebbe appurato dalle note del diario di Stefania.

Proprio lì, intorno alle 23:45, l’orario verrà stabilito sulla base di una testimonianza che udì dei colpi a quell’ora, qualcuno sarebbe spuntato da dietro un vitigno aprendo il fuoco contro la coppia intenta nei preliminari.

Pasquale morì per i colpi d’arma da fuoco, mentre Stefania, solo ferita alle ginocchia da due proiettili, fu accoltellata a morte con numerosi colpi d’arma bianca.  L’assassino, però, aveva fatto di più: aveva insistito con il coltello sul cadavere nudo della giovane altre decine di volte, sottolineando con incisioni superficiali il seno ed il pube del cadavere. 

In ultimo aveva preso un tralcio di vite e ne aveva violato il sesso, era poi tornato nella macchina per sferrare due coltellate al corpo di Pasquale oramai morto, per poi dileguarsi nella notte.

Alle 7:40 del mattino successivo, Pietro Landi, un contadino della zona, rinvenne i cadaveri e  diede l’allarme.
I Carabinieri, all’atto del sopralluogo, interpellarono il locale medico condotto che normalmente veniva usato come medico legale.

Nessuno, purtroppo, si accorse delle ferite d’arma da fuoco che, quantomeno sul corpo della vittima femminile, erano disperse tra le numerosissime ferite da punta e taglio, di conseguenza nessuno al momento repertò neppure i bossoli che rimasero a terre sul posto fino al giorno successivo.

Solo infatti dopo l’ intervento dell’anatomo patologo fiorentino, il Professor Mauro Maurri, si determinò la presenza di ferite da arma da fuoco, e solo la sera successiva i Carabinieri repertarono sul luogo del delitto 5 bossoli esplosi da una Beretta calibro 22 Long Rifle.

Ricordiamo che solo nel 1982, dopo il quarto omicidio, gli investigatori collegarono l’arma, la Beretta calibro 22 Long Rifle, ai delitti e cominciarono a pensare agli stessi come una catena maniacale.

Le indagini

Le indagini si concentrarono inizialmente sui guardoni della zona e sulle persone che erano state segnalate precedentemente per comportamenti anomali.

In particolare, dopo un paio di segnalazioni più o meno anonime, si puntò l’attenzione  su un perito meccanico di Borgo che qualche tempo prima aveva minacciato  una coppia appartata in auto nella campagna circostante.

La pista si esaurì a soli tre giorni dal fermo dell’uomo, a cui in effetti era stato trovato un fucile non denunciato e una roncola sporca di sangue, risultato poi di coniglio, ma che si appurò non avesse nulla a che fare con il duplice omicidio.

Ancor più breve fu l’entrata in scena di un giovane di 28 anni che si autoaccusò del fatto e che sin da subito risultò invece solo uno psicolabile con tendenza alla mitomania.

Il capitano Olinto dell’Amico cercò quindi di ricostruire più minuziosamente le abitudini e le conoscenze delle vittime, imbattendosi’ cosi in un supposto guaritore cartomante di Scarperia, in realtà era un ristoratore, che già si era spontaneamente presentato per testimoniare la presenza di strani personaggi che gravitavano di sera nella zona dove era avvenuto il delitto.

Anche questa pista si rivelò rapidamente inconsistente.
Passarono le settimane e ben presto fu chiaro che quel delitto sarebbe rimasto senza un colpevole, mentre un previdente criminologo dichiarò che il killer si sarebbe fatto vivo ancora, magari dopo 4 o 5 anni, ma certamente avrebbe ucciso di nuovo.
(Dichiarazione pubblicata su La Nazione del 1974 senza però riferimento al nome del  criminologo).