Il giocatore scegliente. La metodologia del futuro

Giocatore-scegliente

Come far apprendere in maniera diretta e infallibile i tuoi allievi, creando un giocatore scegliente

Giocatore scegliente. La domanda più frequente che si pone ogni allenatore di calcio è: come far apprendere in maniera veloce ed efficace i miei allievi?
La risposta è molto semplice ad oggi e fa affidamento alle neuroscienze.

Da studi neurologici di settore si evince che, per allenare davvero un individuo nello sport, non basta farlo esercitare solo con lo strumento (in questo caso il pallone) ma c’è bisogno di ricreare in allenamento, situazioni di gioco che si avvicinano il più possibile alla realtà.

Giocatore scegliente: gli errori frequenti di un istruttore

Sempre più spesso, sentiamo frasi da parte di istruttori di questo tipo: “Dobbiamo formare giocatori pensanti!”; “Voglio giocatori intelligenti, che ragionino in campo!”; “È necessario allenare la velocità di pensiero del giocatore di calcio!”.
Tutto questo è sbagliato.

Risulta provato scientificamente che la coscienza umana è retrodata, ciò significa che l’uomo agisce impulsivamente in determinate situazioni.

Per fare un esempio chiaro, quando un autista frena per evitare un incidente quasi certo, svolge tutto in maniera istintiva in base ad input che provengono dall’esterno, ma solo dopo aver frenato e scampato il pericolo avvertono quella spiacevole sensazione di paura.

Questo procedimento avviene anche nel calcio, ovvero, una volta che il calciatore entra in possesso del pallone, effettua delle decisioni impulsive, in virtù di quello che è l’ambiente esterno (se ci sono avversari vicini, se si trovano in zone di campo pericolose, il posizionamento dei compagni di squadra).

Quindi nell’euforia dell’attimo, il calciatore agirà di istinto, senza “pensare”, ma solo una volta effettuata la giocata, si renderà conto del gesto compiuto (per la coscienza retrodata).

Ed è proprio qui che entrano in gioco due aspetti neuroni fondamentali:
1. I neuroni canonici;
2. I neuroni specchio.

Neuroni canonici

I neuroni canonici sono una tipologia di neuroni visuo-motori che attivano quando ci rapportiamo con gli oggetti.
La scoperta dei neuroni canonici ha confermato quanto affermato dallo psicologo James Jerome Gibson secondo cui la percezione visiva di un oggetto (pallone), grazie all’esperienza pratica acquisita dal soggetto in precedenza, comporta l’immediata selezione delle proprietà intrinseche che consentono di interagire con esso.

I neuroni canonici codificano le affordances di un oggetto, rispondendo alla sua osservazione con l’attivazione di tutta una serie atti motori potenziali da effettuare con l’oggetto in questione.

Il movimento è una “proprietà emergente” dalla relazione esistente tra l’organismo e l’ambiente. Sono i dati che provengono dall’ambiente che ci suggeriscono cosa è meglio fare in un dato momento: se tirare, scartare, passare la palla e così via.

In virtù di questo risulta sempre più inutile far svolgere ai giovani atleti esercizi analitici (senza presenza dell’avversario) proprio perché nel momento in cui c’è la presenza del disturbatore (come in partita), cambia la percezione dell’ambiente circostante, e quindi i neuroni che entrano in gioco.

In sostanza, gli esercizi tecnici non devono essere fini a se stessi: la tecnica deve essere funzionale al gioco e alla situazione. Lo scopo di noi istruttori è quello di creare un giocatore scegliente: dei giocatori di calcio, non dei giocolieri da circo.

I neuroni specchio

La principale differenza tra i neuroni canonici e i neuroni specchio risiede nel fatto che mentre i primi si attivano durante l’osservazione di oggetti, i secondi si attivano quando si ha a che fare con gli individui.

I neuroni specchio sono una tipologia di neuroni che codifica non i semplici movimenti, ma i movimenti finalizzati (quindi laddove esiste un obiettivo), cioè organizzati per raggiungere uno scopo finale.

Una peculiarità di questi neuroni è che essi scaricano sia quando il soggetto compie un’azione, sia quando vede compiere la stessa azione da un altro individuo.

Quando nell’allenamento si parla di “specificità”, ci si riferisce solitamente alla forma del gesto, cioè unicamente agli aspetti biomeccanici del movimento.

Quando si propone un esercizio ai giovani atleti non bisogna spiegare minuziosamente lo svolgimento; ma descrivere gli obiettivi, così da portare il calciatore a risolvere le varie situazioni.

Questo sembra essere il modo migliore per fare in modo che i concetti siano davvero appresi dall’atleta.

Il concetto di specificità, in ambito sportivo, non può riferirsi solo alla forma del movimento; ma anche e soprattutto, alla finalità con cui un gesto è eseguito. Finalità che dipende dal contesto, cioè dal significato che assume l’ambiente circostante per l’individuo specifico, nel momento in cui agisce.

Sono i vincoli ambientali e il contesto a orientare le intenzioni e le scelte del giocatore.

Proprio per questi motivi bisogna programmare allenamenti che inducano il giovane calciatore a ritrovarsi in situazioni reali, dove provando e riprovando riuscirà a raggiungere l’obiettivo.

Una volta che l’obiettivo viene raggiunto, quando il calciatore si ritroverà nella specifica situazione in partita, avrà già un bagaglio tecnico ed emozionale pronto da utilizzare.

In conclusione

Si consiglia di utilizzare in percentuale molto bassa allenamenti analitici; impegnando il tempo per abituare i nostri allievi, al fine di poter diventare un buon giocatore scegliente, alle tante situazioni di gioco che ritroveranno in partita durante le performance.

Anche la partita ad oggi è vista come un vero e proprio “strumento” allenante.

Ad oggi “il giocatore scegliente” risulta essere la metodologia che permette agli istruttori di calcio di effettuare un grande passo in avanti.

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