Perché le dimissioni di Gianluca Pecchini non ci bastano?

Gianluca-Pecchini

La vicenda che vede coinvolta Aurora Leone ha indignato ed aizzato l’opinione pubblica: Gianluca Pecchini, direttore generale della Nazionale Cantanti, diventa il bersaglio principale.
Alla vigilia della Partita del Cuore, arrivano le sue dimissioni; dimissioni che sembrano aver placato e soddisfatto gli animi indignati di tutti.
Ma davvero basta? Davvero serve chiedere la sua testa?

Le dimissioni di Gianluca Pecchini: epilogo insufficiente

Chiedere le sue dimissioni è un epilogo insufficiente, perché significa risolvere il problema solo a metà.
Ci fa sentire soddisfatti, ma in realtà il problema è endemico e non fa altro che restare lì: in profondità. Fa parte di una cultura tossica che possiamo cambiare non di certo eliminando semplicemente una singola persona dai posti di potere.

Nella società moderna e nel mondo social, è come se vivessimo in uno stato di fastidio e rabbia perenne. Siamo alla continua ricerca di una preda da sbranare e, quando la troviamo, siamo pronti a far esplodere le nostre pulsioni contro di essa.
Tuttavia, i modi delle nostre accuse sono altrettanto dannosi e non fanno che fomentare, a loro volta, odio e ignoranza.
Evitiamo di “chiedere la testa” di qualcuno solo perché vogliamo una soddisfazione immediata ai nostri bisogni di vendetta e riscatto.

Non ci fa essere migliori e buoni, ma ci ricorda che anche questa può diventare una questione di potere, perché fa di noi persone capaci di usare il potere dei social solo per distruggere.
Il rischio, inoltre, è che Pecchini magicamente si trasformi in un martire e che coloro i quali pensano ed agiscono come lui, possano sminuire la vicenda definendola come una delle conseguenze della dittatura del politicamente corretto.
Cosa dovremmo fare? Porci e porre delle domande.

Il paradosso nella gestione dei fondi

Iniziamo sollevando domande su un paradosso triste quanto significativo.
L’Associazione Nazionale Cantanti, che usa fondi pubblici antiviolenza, si macchia di un atto sessista.
Entrando nel dettaglio: l’Associazione nazionale cantanti ha avuto a disposizione 175.000 euro di fondi pubblici dal Dipartimento per le pari opportunità.

A farlo notare è Antonella Veltri, presidente di D.i.Re, – Donne in Rete contro la violenza per la prevenzione della violenza, che aggiunge:

“Avevamo già criticato a suo tempo la scelta del Dipartimento pari opportunità di aprire il bando ad organizzazioni che non hanno nel proprio statuto specificamente la prevenzione ed il contrasto della violenza maschile contro le donne nel rispetto della Convenzione di Istanbul”.


Questo cosa significa?

L’erogazione dei fondi non è vincolata alla presenza, all’interno dello statuto dell’associazione, di una proposta di contrasto alla violenza di genere. Ovvero, qualsiasi associazione o ente può ricevere questi fondi nel momento in cui avanza delle proposte di progetto relative alla violenza di genere. Anche se prima di quel momento non se n’è mai occupata? Sì.

Quindi entra in gioco l’urgenza di porsi delle domande: questi fondi come sono stati utilizzati? Perché le istituzioni hanno investito preziosi fondi in persone incompetenti, lasciando in condizioni precarie e marginali chi realmente lotta contro questo modello culturale tossico?
Perché no! Temi così cruciali non si combattono realizzando mascherine con degli slogan evocativi.

Porsi domande per raggiungere consapevolezza

Ecco perché il licenziamento di Pecchini muta le cose solo in superficie. Ciò che serve, è una comprensione profonda che vada a toccare dall’interno il sistema.
A cosa serve sostituire Pecchini con chi, forse, è intriso latentemente di quella sua stessa cultura dannosa? A cosa serve sostituirlo con chi, più astutamente, imparerà ad esser cauto in ciò che dice e in ciò che fa?

Pretendiamo che le persone coinvolte (dirigenti, ma anche cantanti) parlino e rispondano a domande scomode e urgenti.

È un’occasione per acquisire consapevolezza collettiva perché si tratta, solo e unicamente, di una questione collettiva, che non deve e non può chiudersi così.
“Non dobbiamo sentirci sazi: non ci siamo ancora seduti a tavola”.

PhotoCredit: @auroraleone

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.