Gamification: il gioco è una cosa seria

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La vita è un gioco da grandi

Se si pensa al gioco, d’istinto lo si relega in una particolare fase della vita: l’infanzia.
L’essere umano è naturalmente incline al gioco.
Come evidenziato nel libro Homo Ludens, però, il gioco è un fattore preculturale. Anche gli animali giocano.
Ma c’è davvero un’età in cui si smette di giocare? La vita adulta sembra non lasciare spazio a questo tipo di attività. Eppure, ne è permeata (giustamente).
A questo proposito, è opportuno parlare di gamification.
Il termine si riferisce alla trasposizione di dinamiche tipicamente ludiche in vari ambiti della vita quotidiana.
Ma in che modo la gamification viene concretamente implementata?

Gamification e vita quotidiana

Devi fare la spesa. Nel tuo quartiere ci sono tre supermercati. Molto probabilmente, sceglierai di acquistare in quello in cui hai attivato una carta fedeltà.
Perché? Quasi sicuramente, ti attirerà la prospettiva di poter accumulare punti. Grazie ad essi, infatti, potrai ambire ad alcuni premi.

Questo è un elementare esempio di gamification.
Il meccanismo punti=ricompensa è tipico di molti giochi. Esso non smette mai di essere efficace. Agisce su importanti leve: competizione, ambizione, motivazione.
Per questa ragione, tale tecnica viene utilizzata soprattutto nei settori del commercio e del marketing. È utile per acquisire nuovi clienti e fidelizzarli.
Nel corso del tempo, tuttavia, gli ambiti di applicazione sono diventati sempre più numerosi.

Il gioco viene generalmente posto in antitesi alle attività considerate da adulti. Il lavoro, per esempio.
In realtà, sempre più spesso le aziende utilizzano la gamification per migliorare l’esperienza lavorativa dei dipendenti. L’entrata della Generazione Z nel mondo del lavoro, inoltre, ne alimenta la necessità.
La gamification rende più stimolanti molte attività, ma non solo. Essa permette anche di raccogliere vari dati su individui, aziende, prodotti e molto altro.
Inoltre, grazie all’avanzamento della tecnologia, le modalità di attuazione sono potenzialmente infinite.
Giocare non è mai stato così semplice!

Giocare… in ambito aziendale!

Spesso, si parte già dalla fase di recruitment.
Non è raro che ai candidati vengano proposti quiz ed enigmi da risolvere. L’obiettivo è testare le loro abilità.
Un esempio pratico può essere la multinazionale Marriott International.
La nota catena alberghiera ha sviluppato in passato il gioco My Marriott Hotel. I candidati avrebbero dovuto svolgere una serie di compiti. Fra questi: comprare ingredienti, servire clienti, formare il personale.
Il sistema ha assegnato poi un punteggio sulla base della soddisfazione dei clienti-avatar.

La gamification è molto utile per una prima scrematura in fase di selezione. Si rivela, però, di importanza strategica nelle fasi di formazione e aggiornamento dei dipendenti.
Un’esperienza significativa in questo senso è quella della multinazionale SAP SE, che si occupa di informatica.
Per formare il personale del settore vendita, SAP ha introdotto un programma chiamato Road Warrior.
Gli addetti alle vendite, in veste di guerrieri, si sono cimentati nella risoluzione di alcune missioni.
Ovviamente, esse sono state strutturate sulla base di problematiche tecniche reali proprie del settore.
I dipendenti hanno così potuto potenziare le proprie skills, formarne di nuove e addirittura sfidare altri colleghi.

La gamification sembra rendere più leggero anche il più noioso dei compiti. Quindi, perché smettere di giocare?

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.