Una goccia d’acqua io, un’altra tu, e spegniamo l’incendio

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Regioni in zona rossa: perché abbiamo dimenticato il significato di comunità e non rispettiamo più le regole?

La favola africana del colibrì, ma così attuale. Un anno fa, proprio in questi giorni, l’Italia viveva il suo primo lockdown.
Non esistevano zone rosse, arancioni, gialle e bianche.
Tutta la nazione, era accomunata dallo stesso destino: cittadini chiusi nelle proprie abitazioni, intenti a sperare di sconfiggere così il virus, che ha cambiato le nostre vite.
Oggi, un anno dopo, la maggior parte dell’Italia è in zona rossa, la restante parte in arancione.

Le differenti reazioni un anno dopo

C’è, però, una differenza particolarmente evidente su come gli italiani stanno affrontando questo nuovo lockdown.
Una stanchezza generale, sicuramente comprensibile, ha portato una buona parte dei cittadini ad aggirare le regole, ad uscire anche in casi non necessari e ad andare a trovare amici e parenti.

Chiaramente, può capitare di sbagliare qualche volta. Siamo umani ed imperfetti.
L’importante è riconoscerlo e non essere recidivi e, soprattutto, evitare di essere convinti di essere nel giusto.
I controlli, quelli che funzionano, non bastano.

C’è persino chi riesce a spostarsi tra le regioni senza motivazioni valide, e non viene fermato.
Basta dare anche un solo sguardo ai nostri social personali per rendersi conto che, a rispettare davvero le regole, sono rimasti in pochi.
Non è facile, per chi cerca di farsi forza nel continuare a seguire le disposizioni del DPCM, assistere al menefreghismo di chi, ogni giorno, trova un nuovo modo per girare le spalle a medici, infermieri, malati che nel frattempo combattono per la vita.

Concetto di comunità: l’importanza del singolo per la nazione intera

L’appartenenza ad una nazione e ad una comunità, presuppone i concetti fondamentali della condivisione e del rispetto vicendevole.

Il senso della comunità, in quest’ultimo periodo, si sta notevolmente indebolendo, poiché non testimoniamo nel quotidiano ciò che magari diciamo a parole.
Ci sentiamo tutti vittime di un grande disagio, ma ci muoviamo come fossimo interessati solo a salvare noi stessi.
Ci lamentiamo per chi ha perso il lavoro, per chi è costretto a tenere le proprie attività chiuse, per i teatri, i cinema, le palestre e poi ci organizziamo in gruppo, per vederci con gli amici o parenti a casa di qualcuno.
Esprimiamo solidarietà a medici, infermieri e a chi ha subito un lutto o è ammalato, ma poi ci abbassiamo la mascherina e abbracciamo allegramente chiunque incontriamo.
Non è, questa, ipocrisia?

La comunità muore quando l’IO si pone al di sopra di essa.
Quando il mio bisogno scavalca il rispetto per l’altro.
Stiamo tutti viaggiando sulla stessa barca e ognuno di noi è necessario affinché non affondi.

Favola africana del colibrì: ogni goccia è essenziale, per spegnere l’incendio

Alla frequente domanda: “che male posso fare io, singolo, se non rispetto le regole e se mi incontro con parenti o amici, senza motivo?” Risponde, efficacemente, un’antica favola africana del colibrì.

In una foresta, un giorno, scoppiò un terribile incendio.
Allora, tutti gli animali che la abitavano, fuggirono per mettersi in salvo.
Il fuoco, però, si propagò velocemente, distruggendo tutto quello che incontrava sul suo cammino.
Tutti gli abitanti della foresta, iniziarono un “si salvi chi può” generale, rifugiandosi dove possibile e badando solo alla propria salvaguardia.
All’improvviso, però, notarono un piccolo colibrì, che con grande spirito di sacrificio e determinazione, giungeva al fiume per raccogliere una goccia d’acqua, che poi gettava tra le fiamme.
La goccia si disperdeva, ma la risolutezza del colibrì non accennava a diminuire.

A questo punto, gli animali incuriositi gli domandarono cosa stesse facendo.
Quando il colibrì affermò che stava cercando di spegnere l’incendio, gli animali lo presero in giro e risero di lui.

Come poteva, lui così piccolo, credere di poter risolvere un problema, così grande?

Ad un tratto, però, un cucciolo di elefante e un cucciolo di pellicano, iniziarono ad imitare il gesto del colibrì e a cercare di spegnere il fuoco.
A poco a poco, altri cuccioli si unirono e il fuoco iniziò lentamente a spegnersi.
Anche gli animali più adulti, presero parte all’azione e si resero conto di aver sbagliato a prendere in giro il colibrì e ad aver creduto di essere nel giusto.
Con l’aiuto di tutti, finalmente, il fuoco fu domato e sia la foresta che la vita dii tutti gli animali, fu messa in salvo.

Alla fine, tutti riconobbero che il colibrì aveva dato loro una grande lezione.
Aveva insegnato loro cosa fosse la determinazione, cosa significasse operare per la comunità e muoversi per il bene comune.
Dunque, portando una goccia alla volta, tutti insieme, spensero un incendio.
E, soprattutto, la consapevolezza di aver fatto il possibile, è medicina per l’anima.
La Favola africana del colibrì ci insegna molto!

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