Fast Fashion: cosa c’è dietro a quello che compriamo

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Ormai è sotto gli occhi di tutti che l’industria della moda è una delle più inquinanti al mondo. Ma spesso ci sembra che questa affermazione sia molto lontana da noi e dalla nostra quotidianità. Ma è davvero così? Il donare abiti in beneficienza basta per essere irreprensibili?

Cos’è il Fast Fashion

Con il termine Fast Fashion si intende quell’industria dell’abbigliamento che produce merci a prezzi bassi e lancia svariate collezioni ogni anno. Di questa fanno parte tutte quelle catene che sono sotto i nostri occhi tutti i giorni: Zara, H&M, Bershka, Pull and Bear etc.

Questi grandi nomi, sono parte della nostra vita e delle nostre abitudini di acquisto. La produzione è così rapida e gli abiti sono così cheap che ormai ci sembra normale comprare un nuovo capo per ogni occasione. Il modo di produrre è totalmente cambiato negli ultimi vent’anni, e di conseguenza anche il comportamento dei consumatori.

Quello che si cela dietro questo mondo

Noi compratori non siamo pienamente consapevoli di ciò che acquistiamo. Il nostro occhio cade solo sul prezzo e sul design di un certo capo. Ci appare vantaggiosissimo poter comprare tanti abiti in un solo mese, pagarli così poco che appena stufati possiamo subito disfarcene senza remore. Ma in realtà tutta questa velocità di produzione e i minuscoli prezzi, su cosa e chi gravano?

Per far sì che sia possibile lanciare sempre nuove collezioni cheap, la produzione dell’abbigliamento è stata delocalizzata quasi al 97%. Ciò significa che le fabbriche sono state spostate in tutti quei Paesi in via di sviluppo dove i salari non crescono mai e i costi di produzione sono più bassi.

Sono i lavoratori delle fabbriche a pagare il costo degli abiti a prezzi stracciati. Il continuo rimpicciolirsi degli scontrini, che le grandi aziende rincorrono per battere la concorrenza, preme sugli operai. Oltre al taglio dei salari, spesso anche le misure di sicurezza risentono del soffocante sistema del Fast Fashion. Rivelatore del lato oscuro di questo settore, è l’episodio di Rana Plaza. Nel 2013, nella periferia della capitale del Bangladesh, una fabbrica tessile crollò causando più di un migliaio di morti. Il peggior disastro della storia tessile era evitabile, ma le segnalazioni dei lavoratori sono state ignorate.

Oltre alla costante non curanza dei diritti umani, il Fast Fashion grava anche sull’ambiente.
L’India (terzo produttore di cotone al mondo) è inondata da piantagioni OGM, per cui deve enormi diritti a multinazionali statunitensi. Questo cotone BT, contenendo un batterio fa si che la produzione di cotone possa nutrire la vertiginosa produzione tessile. Tutto questo sfruttamento del suolo è accompagnato da un esorbitante impiego di pesticidi, che inquina in modo permanente. In queste regioni indiane, sono tantissimi i casi registrati di persone malate di cancro, e di bambini nati con malformazioni.

Il falso mito del Fast Fashion

Il rovescio della medaglia è attentamente occultato dalla propaganda pubblicitaria, che cerca di convincerci che poter comprare tanti capi al mese è la via per la felicità. La sensazione di aver comprato molto, credendo di aver risparmiato ci consola e ci fa dimenticare che le cose veramente essenziali (casa, studio, assicurazione sanitaria etc.) hanno ancora un costo elevato.

Il Fast Fashion produce moda usa e getta, che è proprio il risultato dell’equazione del consumismo.
Il sistema consumistico fa sì che le persone trattino le cose che usano come quelle che si consumano. Quante volte abbiamo dato via una maglietta di bassa qualità solo dopo averla indossata una volta, proprio come si fa per un pacchetto di sigarette.

Il donare abiti in beneficenza, non ci pulisce la coscienza. Solo circa il 5% degli indumenti donati non viene buttato in discariche. Moltissimi sono bruciati in quanto la maggior parte è fatta da fibre sintetiche.

Il vintage una valida alternativa

Alcuni marchi stanno iniziando a sensibilizzarsi, ad esempio H&M ha lanciato varie linee sustainability, e recentemente anche la macchina ricicla vestiti. Ma il Fast Fashion ha per definizione grandi pecche.

Il vintage è una validissima alternativa d’acquisto. Questo universo ha molti vantaggi:

  • eticamente è preferibile perché non vengono prodotti nuovi capi inutili
  • ad un costo più basso capi di qualità e firmati
  • il fascino e l’esclusività dei pezzi unici
  • lo shopping diventa ricerca avvincente e si apprezza la storia e la cultura della moda.

Capita anche di riuscire a trovare cose che non sono di seconda mano, ma merce invenduta risalente a parecchi anni prima che ormai è fuori produzione. In Italia i vintage shop fisici non sono moltissimi e si trovano soprattutto nelle grandi città. Ma il mondo del vintage è anche online e ci sono ormai svariati siti per questa esigenza.

Vintage online: Vestiare Collection; Depop; Asos Marketplace; Farfetch Second Life; Vinted.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.