Fabrizio De André: l’ultimo trovatore

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L’11 Gennaio del 1999 moriva Fabrizio De André l’ultimo trovatore

All’inizio dell’ultimo anno del millennio muore Fabrizio De André, strappato al mondo da un carcinoma polmonare. Il cantautore italiano, a ventidue anni dalla sua scomparsa, resta una pietra angolare della musica d’autore. Dal carattere schivo, “ostinato e contrario”, romantico ed anarchico, De André ha dato nei suoi testi voce a chi, altrimenti, non avrebbe potuto averne. La sua poetica è un respiro maggiore rivolto alle minoranze: è stato l’ultimo trovatore.

La lirica dei trovatori: il “Faber” come trovatore

Erich Köhler nel suo saggio del 1966 “Sociologia della fin’amor: saggi trobadorici”, propone una chiave di lettura sociologica per una delle correnti letterarie più importanti dell’inizio del millennio: la lirica trobadorica. Diffusa nelle corti del meridione dell’odierna Francia, ne abbiamo notizie fin dalla fine del primo secolo dell’anno Mille. Nell’immaginario collettivo è una poesia nobile, delicata che cerca gli strumenti leali e più puri dell’amore. Una visione solo in parte corretta, poiché non coinvolge altre tematiche e stilemi insospettabili: il desiderio sessuale, il tradimento, le prove – anche crudeli – d’amore, il turpiloquio e la satira politica. A questo microcosmo cortese Kölher aggiunge la sua discussa, ma arguta, posizione. Per il filologo tedesco, l’intera espressione dei concetti trobadorici di un amore puro, stilizzato nelle forme e nei concetti, è sintomo del desiderio del superamento di una barriera sociale tramite un sistema di valori. A comporre le poesie, musicate e cantate, erano i trovatori, che spesso vivevano una situazione subalterna: una classe di emarginati, forse destinati al fallimento sociale, cavalieri senza feudo.
Oltre a dei tecnicismi stilistici e ad alcuni testi molto simili alla “canso” provenzale, questa tesi sociologica accosta De André ai trovatori? Decisamente.

Un componimento che, per temi trattati e per metrica stilistica, può essere considerato una vera e propria canzone provenzale.

Fabrizio De André e le minoranze

De André ha sempre nutrito un forte senso di giustizia e di uguaglianza sociale, pur rispettando e ammirando tutte le più sottili sfumature dell’essere umano. Da “Bocca di rosa”, che narra di un’avvenente prostituta invischiata nell’ipocrisia benpensante dei cittadini di un piccolo borgo; passando per “Il cantico dei drogati” e per “Princesa”, senza dimenticare “Hotel Supramonte”: prostitute, drogati, transessuali, rapitori – tutte figure subalterne a cui De André presta la sua voce.

Una posizione inamovibile di difesa verso i più deboli, che lo ha portato a scontrarsi con il perbenismo all’italiana in un periodo di contrasti sociali.
Il suo spirito critico e ribelle, insofferente verso le istituzioni e le etichette ha portato a diversi scontri anche negli ambienti a lui più vicini. E’ il caso della pubblicazione de “La buona novella” nel 1970, album che parla della predicazione di Gesù Cristo che, in piena lotta studentesca, non venne capito. Lo stesso De André ebbe a dire:

Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria – era una allegoria. Che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate. Ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.

Ma è famosa anche la sua polemica contro il Festival di Sanremo al quale non partecipò mai. Ne rivelò i motivi in un’intervista di Enzo Biagi:

“Dovrei andare ad esprimere i miei sentimenti e credo che questo non possa essere argomento di competizione”.

Ed è quasi profetico l’ultimo album “Anime Salve”, composto poco prima della morte, che può considerarsi una vera e propria summa del respiro poetico del cantautore genovese.

Una “Smisurata preghiera” da trovatore

“Smisurata preghiera” è l’ultima canzone dell’ultimo album di Fabrizio De André. Egli stesso la considera la sua epitome, il raccoglitore ultimo di tutto ciò che aveva da dire: come se De André, uomo e poeta, si fosse esaurito in essa. Una preghiera come erano soliti fare nei “canti di penitenza” i trovatori poco prima di morire. Ma De André non chiede il perdono, anzi, scocca un atto d’amore. Invia un messaggio definitivo alle minoranze: le dipinge, ne fa una meravigliosa illustrazione, le esalta perché fuori dalle “leggi del branco” maggioritarie. Ne esalta la dignità regala ad esse la sua “ultima goccia di splendore”.

Quanto manca un uomo in grado di apprezzare le sfumature dei vinti, dei subalterni, dei ribelli, dei franti.