La dottrina Macron: un’Europa più politica e indipendente

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Nell’intervista rilasciata a Le Grand Continent, Macron ha esposto la sua nuova strategia di politica internazionale: un’Europa più politica ed indipendente da Cina e Usa; forte collaborazione internazionale e grandi investimenti per le sfide del futuro

Il 2020 sta volgendo al termine. Tra la gestione immediata delle emergenze e la visione a lungo termine, qual è oggi la rotta da seguire?  

L’avete detto voi stessi: il 2020 è stato costellato di crisi. Quella, chiaramente, dell’epidemia di Covid-19 e quella del terrorismo, che negli ultimi mesi è tornato a colpire con grande forza in Europa, ma anche in Africa. Penso in particolare a quel terrorismo definito islamista, ma che in realtà è perpetrato in nome di un’ideologia che distorce una religione.(…)

Ci troviamo in un momento della storia dell’umanità in cui, a ben vedere, raramente abbiamo avuto un numero così grande di crisi a breve termine, come l’epidemia e il terrorismo, e di transizioni profonde e strutturali che stanno cambiando la vita internazionale (…) 

Di fronte a ciò, e avete ragione a parlare di rotta, sono profondamente convinto che ci sia un filo conduttore: dobbiamo reinventare le forme della cooperazione internazionale. Una delle caratteristiche di tutte queste crisi è che l’umanità le vive in maniera differente a seconda di dove si trova, ma tutti ci troviamo ad affrontare queste grandi transizioni e queste singole crisi tutte allo stesso momento. Per risolverle nel miglior modo possibile, dobbiamo collaborare. Non riusciremo a sconfiggere l’epidemia e questo virus se non collaboriamo. (…)   

Oltre a ciò, in questo momento ritengo che un’ulteriore rotta da seguire sia anche l’importanza – e l’uno per me è complementare all’altro – di rafforzare e strutturare un’Europa politica. Perché? Perché se vogliamo che si crei una forma di collaborazione, abbiamo bisogno di poli equilibrati che possano strutturarla intorno ad un nuovo multilateralismo, cioè ad un dialogo tra le varie potenze per decidere insieme.

(…) dobbiamo anche ripensare i termini del rapporto: per me, il secondo elemento della rotta da seguire è un’Europa forte e politica. Perché? Perché credo che l’Europa non dissolva la voce della Francia: la Francia ha la sua concezione, la sua storia, la sua visione degli affari internazionali, ma la sua azione risulta molto più utile e forte se portata avanti attraverso l’Europa. Penso addirittura che questo sia l’unico modo per imporre i nostri valori, la nostra voce comune, per evitare il duopolio sino-americano, la dislocazione e il ritorno di potenze regionali ostili. (…) 

Credo quindi che, in questo momento, non dobbiamo assolutamente perdere lo spirito europeo e l’autonomia strategica, la forza che l’Europa può avere per proprio conto. Se cerco di guardare oltre il breve termine, direi quindi che dobbiamo avere due assi forti: ritrovare le modalità per una cooperazione internazionale utile che eviti la guerra, ma che consenta di rispondere alle sfide contemporanee; costruire un’Europa molto più forte, che possa far valere la sua voce, la sua forza, mantenendo i suoi principi, in uno scenario così rifondato. 

Quale definizione concreta c’è dietro a concetti come sovranitàautonomia strategica, Europa-potenza 

L’Europa non è solo un mercato. Implicitamente, da decenni, ci si comporta come se l’Europa fosse un mercato unico. Ma tra di noi non abbiamo pensato all’Europa come uno spazio politico finito. La nostra moneta non è completa. Fino agli accordi di quest’estate, non avevamo un vero bilancio e una vera solidarietà finanziaria. Non abbiamo pensato fino in fondo alle questioni sociali che ci rendono uno spazio unitario. E non abbiamo pensato abbastanza neanche a ciò che ci rende una potenza nel concerto delle nazioni: una regione altamente integrata con un chiaro carattere politico. L’Europa deve ripensarsi politicamente e agire politicamente per definire obiettivi comuni che non siano semplicemente una delega del nostro futuro al mercato.   

Concretamente, ciò significa che, quando si tratta di tecnologia, l’Europa deve costruire le proprie soluzioni in modo da non dipendere dalla tecnologia americana o cinese. (…) Se l’Europa è uno spazio politico, allora dobbiamo costruirla in modo che i nostri cittadini abbiano diritti che possiamo garantire politicamente. (…)   
Cosa ci consente di decidere per noi stessi? È questa l’autonomia: l’idea che siamo noi stessi a scegliere le nostre regole. Ciò significa rivedere politiche a cui ci eravamo abituati, tecnologiche, finanziarie e monetarie, politiche con le quali noi costruiamo in Europa soluzioni per noi stessi, per le nostre imprese, per i nostri concittadini, che ci permettono di collaborare con gli altri, con chi scegliamo, ma senza dipendere dagli altri, cosa che ancora troppo spesso accade oggi. Negli ultimi anni siamo riusciti a migliorare molto, ma non abbiamo ancora risolto questo problema.   

È possibile arrivare a parlare di sovranità europea, come ho fatto io stesso? È un termine un po’ eccessivo, lo ammetto, perché se ci fosse una sovranità europea, ci sarebbe un potere politico europeo pienamente consolidato. (…) Penso che sia indispensabile che la nostra Europa ritrovi i modi e i mezzi per decidere da sola di fare affidamento su se stessa, di non dipendere da altri, in tutti i settori, tecnologico, come ho già detto, ma anche sanitario e geopolitico, e di poter collaborare con chi vuole.

Perché? Perché penso che siamo un’area geografica coerente in termini di valori, in termini di interessi, e che è bene difenderla in sé. Siamo un’aggregazione di popoli e culture diverse. Non esiste una tale concentrazione di così tante lingue, culture e diversità in nessun altro spazio geografico. Eppure, qualcosa ci unisce. Del resto, sappiamo di essere europei quando usciamo dall’Europa. Sentiamo le nostre differenze quando siamo tra europei, ma proviamo nostalgia quando lasciamo l’Europa.  

Tuttavia, sono sicuro di una cosa: non siamo gli Stati Uniti d’America. Sono i nostri alleati storici, abbiamo a cuore come loro la libertà e i diritti umani, abbiamo dei legami profondi, ma abbiamo, per esempio, una preferenza per l’uguaglianza che non c’è negli Stati Uniti d’America. I nostri valori non sono esattamente gli stessi. Abbiamo un attaccamento alla socialdemocrazia, a una maggiore uguaglianza, e le nostre reazioni non sono le stesse. Credo anche che da noi la cultura sia più importante, molto di più.

Infine, siamo proiettati in un altro immaginario, legato all’Africa, al Vicino e Medio Oriente, e abbiamo un’altra geografia, che può disallineare i nostri interessi. La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Vicino e Medio Oriente, con la Russia, non è una politica di vicinato per gli Stati Uniti d’America. È quindi insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro o che segua le loro orme.  

E quello che dico è ancora più vero per la Cina. Ecco perché credo che il concetto di autonomia strategica europea o di sovranità europea sia un concetto molto forte, molto fecondo, che dica che siamo uno spazio politico e culturale coerente, che dobbiamo ai nostri cittadini il fatto di non dipendere dagli altri, e che questa è la condizione per avere una qualche influenza nel concerto delle nazioni contemporaneo. 

La nostra ultima domanda riguarda la sua visione della teoria dello Stato e della sovranità. La sovranità westfaliana può coesistere con l’emergenza climatica? 

Sì, perché non ho trovato un sistema migliore di quello della sovranità westfaliana. Se ciò consiste nel dire che un popolo, in seno ad una nazione, decide di scegliere i suoi leader e di avere persone che votino per le sue leggi, penso che sia perfettamente compatibile, chi deciderebbe, altrimenti? Il popolo come potrebbe costituirsi e decidere? Non lo so. La crisi che stiamo vivendo nelle nostre società è più che altro una crisi di responsabilità. Nessuno vuole più prendere decisioni e agire in modo responsabile. Perché, in un certo senso, ci troviamo costantemente a discutere e tutti si trovano in un conflitto di legittimità. È quindi molto difficile decidere, perché dobbiamo affrontare delle scelte. Ma avremo sempre bisogno della sovranità dei popoli. Ci tengo molto.(…)  

I sistemi basati sulla sovranità westfaliana e le democrazie che li accompagnano stanno attraversando una duplice crisi. Molti dei problemi non nascono al livello dello Stato-nazione, è vero, e ciò presuppone la cooperazione, ma la cooperazione non implica la dissoluzione della volontà del popolo. Presuppone anzi il saperla articolare. La seconda crisi che stanno vivendo è una crisi di efficacia nelle democrazie. Ormai da diversi decenni, le democrazie occidentali danno al loro popolo la sensazione di non saperne più come risolvere i problemi, perché sono aggrovigliate nelle loro leggi, nelle loro complessità – per quanto mi riguarda, lo vivo quotidianamente – nella loro inefficienza, e ne diventano sistemi che spiegano alla gente come le cose che la gente ci chiede di fare dovrebbero essere fatte. (…) 

Dobbiamo trovare l’efficacia attraverso i nostri meccanismi di cooperazione, ma anche scuotendo le nostre strutture per sortire degli effetti utili. (…) Le grandi trasformazioni devono portarci ad essere continuamente molto inventivi. Inventare nuove forme di cooperazione, assumersi dei rischi, capire e pensare alle grandi transizioni di questo mondo, senza però rinunciare ai nostri principi fondamentali: la sovranità del popolo, i diritti e le libertà che ci hanno reso ciò che siamo. Perché sono minacciati.  

E rispetto a quello che dicevate, in effetti molti sostengono, “sciogliamo la sovranità nazionale, lasciamo che siano le grandi imprese a decidere il corso del mondo”. Altri, invece, dicono: “la sovranità popolare liberamente espressa è meno efficace di un dittatore illuminato o della legge di Dio!”. Infatti, oggi assistiamo al ritorno delle teocrazie e dei sistemi autoritari. Se scattiamo una foto del mondo di oggi e lo paragoniamo a quello di quindici anni fa, è molto diverso. La sovranità democratica popolare è un tesoro da custodire gelosamente. 

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