Erdogan lascia la Von der Leyen su un divano

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Un semplice gesto scortese o una strategia consapevole?

L’immagine dell’incontro tra il Presidente turco Erdogan, il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha fatto il giro del mondo; suscitando polemiche da parte non solo dell’opinione pubblica, ma anche dell’intero mondo politico. Al momento del classico incontro, che precede una conversazione privata tra le parti, mancava una terza sedia, costringendo di fatto la Von der Leyen a sedersi su un divano. Un gesto non solo istituzionalmente inaccettabile e offensivo nei confronti di qualunque donna, ma anche con un chiaro intento provocatorio. Non bisogna leggere il gesto di Erdogan come una semplice scortesia, non basta definirlo un atto inaccettabile, è necessario comprenderne fino in fondo le ragioni.

Un rapporto complesso

Le relazioni tra l’Unione Europea e la Turchia sono state più volte, legittimamente, oggetto di dure critiche; soprattutto delle ONG che si occupano di diritti umani e tutela dei migranti. La Turchia, soprattutto prima dell’arrivo di Erdogan alla presidenza, aveva più volte espresso la volontà di entrare nell’Unione Europea; ma non aveva mai raggiunto i requisiti minimi (i famosi criteri di Copenaghen).

La situazione si è senza dubbio aggravata durante i mandati di Erdogan; è sotto gli occhi di tutti l’arretramento sul piano dei valori democratici e del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Tali principi rappresentano l’impianto rigido basilare per poter richiedere la procedura d’ingresso nell’UE prevista dall’art. 49 del TUE, la Turchia non ha mai mostrato dei chiari segni di convergenza verso tali principi. Al contrario, la recente decisione da parte di Erdogan di ritirare la Turchia dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (siglata proprio ad Istanbul dagli Stati appartenenti al Consiglio d’Europa con una forte promozione turca. Nel 2011 spingeva molto per mostrare chiari segni progressisti sui diritti umani e sui principi fondamentali); è stata solo l’ultimo tassello di una direzione chiara, opposta a quella che ne permetterebbe l’ingresso nell’UE.

L’Unione Europea vuole rafforzarsi nel mediterraneo?

Nonostante i dati parlino chiaro, l’Unione Europea ha voluto fortemente questo incontro, promosso come la rinascita del dialogo affinché la Turchia possa, un giorno, ambire ad entrare nell’Unione. Appare evidente quanto una tale possibilità sia decisamente lontana dalla realtà, ma allora perché spingere fortemente per questo incontro?

La risposta va trovata nell’analisi congiunta dell’incontro tra l’Unione e la Turchia di ieri e la visita di Mario Draghi in Libia di qualche giorno fa. La strategia è chiara; bisogna riacquisire un ruolo di primo piano nel mediterraneo ed avere un vantaggio decisivo sul piano dell’influenza nell’imminente processo elettorale libico (previste per il 24 Dicembre 2021).

La Turchia, negli ultimi anni, ha influito in modo inaspettato ed importante nel conflitto libico, alterando in modo considerevole lo scacchiere delle influenze nella regione. L’Unione Europea, nonostante le numerose dichiarazioni, è rimasta de facto una spettatrice e l’Italia, ancor di più, un attore di secondo piano. Con la svolta storica dello scorso Febbraio, la Libia lascia sperare in un decisivo cambiamento, una possibilità che ha aperto gli occhi all’UE e all’Italia.

L’Italia, con l’arrivo di Mario Draghi, non ha esitato dinanzi all’opportunità di poter rilanciare il proprio export con uno dei partner strategici per la nostra economia; lasciando, tuttavia, in secondo piano le enormi problematiche umanitarie relative alla gestione delle migrazioni e ai rapporti tra i due paesi successivi al memorandum d’intesa del 2016.

Riaprire un dialogo con la Turchia significa, dunque, rilanciare la propria presenza nella Regione, evidenziare il ruolo che l’Unione può e vuole giocare, rimarcare, sostanzialmente, la centralità europea nelle questioni di reciproco interesse.

L’arroganza turca e la questione migratoria

Se da un lato vi è il tema strategico per la regione mediterranea, dall’altro vi è l’enorme contraddizione sulla gestione delle migrazioni. L’Unione Europea, attraverso i rapporti annuali della Commissione, ha sempre bocciato l’ipotesi di un ingresso della Turchia; proprio per le ragioni evidenziate in questo articolo. Allo stesso tempo, nonostante tutte le problematiche sottolineate, la Turchia viene considerata dall’UE come un paese sicuro per la gestione delle migrazioni; al punto che nella famosa Dichiarazione UE-Turchia del 2016, un documento di dubbia validità giuridica, ma che sul piano della prassi ha furbamente prodotto effetti decisivi nella gestione delle migrazioni, viene sostanzialmente affidata alla Turchia la gestione delle rotte migratorie orientali. Soprattutto relative al medio oriente, senza una effettiva garanzia sul piano del rispetto dei diritti umani.

La questione migratoria è alla base dell’arroganza turca. Erdogan è ben consapevole delle difficoltà dell’Unione Europea nella gestione dei flussi migratori, soprattutto a causa delle divisioni interne tra gli Stati membri.
La Turchia sa che l’Unione ha bisogno di lei per poter “chiudere un occhio” su una crisi umanitaria così complessa che non ha una semplice risoluzione. Di conseguenza, Erdogan riesce ad assumere agilmente un ruolo di primo piano nello scacchiere regionale; proprio perché l’Unione non ha, in questo momento, l’autorevolezza necessaria per potersi affermare in modo chiaro e deciso.

Autonomia strategica subito e revisione delle politiche migratorie

L’Unione Europea non ha scelta; deve dotarsi quanto prima della propria autonomia strategica per potersi affacciare alle regioni di principale interesse geopolitico in quanto Global Player. L’autonomia strategica non richiede solo un profondo compimento dell’integrazione nei settori della sicurezza e della difesa; ma anche il raggiungimento di quei cambiamenti strutturali nei processi decisionali. Infatti è inutile avere una Commissione progressista (si pensi alla volontà di rivedere il sistema di Dublino sulla gestione delle migrazioni) se nel Consiglio dell’UE gli Stati membri pongono il veto, bisogna quanto prima privare di tale potere gli Stati.