Emanuela Orlandi, un caso ancora aperto…

rubrica-mr-o

Mr. O ricostruisce, passo dopo passo, la scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi

3° Capitolo

Abbiamo lasciato Emanuela alla fermata degli autobus di piazza Madama, di fronte al Senato, attorno alle 19.20 di mercoledì 22 giugno 1983, in compagnia di una ragazza dai capelli ricci, mai identificata.

Al di la del ponte, di fronte l’imponente costruzione finto Barocca che i romani chiamano “Palazzaccio”, Cristina, la sorella minore, l’aspettava con alcune amiche e, non vedendola arrivare, decise di andarle in contro. Arriva in piazza Sant’Apollinare intorno le 19.20, ma di Emanuela neanche l’ombra.

A casa Orlandi, intanto, mamma Maria preparava la pizza. Fu lei per prima a preoccupasi che le due figlie minori non erano ancora rincasate. Ma a quell’ora c’è ancora luce, le giornate sono lunghissime. Si saranno messe a chiacchierare senza badare all’ora, pensarono tutti.

Emanuela dopo la lezione di musica era solita rincasare di fretta, mai un ritardo del genere. Alle 20.30, finalmente, il campanello di casa Orlandi, squillò. Maria corse ad aprire. Un grido strozzato: ” Cristina, ma Emanuela non è con te?

Era tornata da sola, la piccola, che si sentì accusare senza capirci niente.
Mamma, non l’ho vista, rispose Cristina, all’appuntamento non è venuta, sono stata un po con gli amici e sono rientrata. Perché cosa è successo?

Da quel momento in casa Orlandi, minuto dopo minuto, l’ansia cresceva.
Papà Ercole chiamò la scuola di musica ma l’insegnate che gli rispose disse che le ragazze erano uscite già da un pezzo.
Natalina e Federica, le due sorelle maggiori, iniziarono a chiamare gli ospedali, forse Emanuela aveva avuto un incidente in motorino dopo aver accettato un passaggio.

Parlavano con gli infermieri, chiedevano della caposala, insistevano perché controllassero meglio, sperando e temendo di trovarla al tempo stesso.

Emanuela Orlandi

Alle 22.00 gli Orlandi decidono di muoversi: mamma e papà si avviarono a piedi alla scuola di musica, Pietro in moto, fece il giro largo da corso Vittorio. Federica e Natalina, da casa, fungevano da sala operativa, coordinando le ricerche.

Le 22.30. Pietro in sella alla sua Suzuki, si spinse fino a villa Borghese vagando come un pazzo nei vialetti, dietro i cespugli, giù fino al laghetto. Alle 23 si ritrovarono tutti in via Sant Egidio. L’angoscia induriva i lineamenti di tutti, lo sgomento li stava proiettando in territorio mai vissuto in famiglia.

Mamma Maria piangeva con la testa tra le mani e i gomiti poggiati sul tavolo, Natalina e Federica sfogliavano l’elenco telefonico nella spasmodica ricerca di altri ospedali a cui chiamare, papà Ercole sfogava il nervosismo fumando Nazionali senza filtro. Tutti a digiuno.

Da quel momento non ci fu più orario, il giorno e la notte, saltati. Tutto saltato.

Per Pietro uno dei rimorsi più grandi di quella sera è per Cristina, l’ultima nata, la piccola di casa.        
Ci ho riflettuto in tempi recenti, in quelle ore frenetiche e disperate non ho ricordi di lei. Cerco di ricordare le immagini, ma non la vedo da nessuna parte. Non rannicchiata in un angolo del salotto, non in cucina, non sul suo letto a piangere. Per me, forse per tutti noi, non esisteva, era come evaporata”.

Chissà quanto ha sofferto, poverina. Tutte quelle facce preoccupate, i pianti, papà tesissimo. Si sarà sentita invisibile. Solo oggi che ho figli della sua età di allora, percepisco il terrore che doveva attanagliarla, quanto deve essere stata male, quanto le è mancata la sorella”.  

Cristina quell’anno aveva finito la prima media e a settembre non si presentò in classe, perse l’anno. Si chiuse in se stessa, non voleva uscire. Per mesi visse una situazione di shock permanente.    
Trauma psicologico strutturato, è una sindrome clinica.  

Intorno alla mezza notte a casa Orlandi arrivò suor Alba, un’amica di mamma Maria. Ecco un altro ricordo di Pietro: la signora Orlandi trascorse mesi su quel divano. Non le è stata ancora data, dopo trentasette anni, neppure la consolazione di un sepolcro.

Ormai a notte fonda, Ercole Orlandi decise di andare a presentare denuncia al commissariato di Polizia di piazza del Collegio Romano,  il più vicino a piazza Sant’Apollinare. Ma il poliziotto di servizio, anziché verbalizzare la denuncia e comunicarla agli altri commissariati e alle volanti nelle strade di Roma, si limitò a dire sorridendo: “Sarà in giro con amici, la classica ragazzata estiva. Al massimo domani mattina, ma vedrà che torna”.  

Soltanto la mattina del 23 giugno, alle 7,50, Natalina riuscì a presentare la denuncia della scomparsa di Emanuela all’Ispettorato Generale di Pubblica Sicurezza del Vaticano. Ma l’interesse concreto, vale a dire azioni immediate e finalizzate al ritrovamento della ragazza, restò immutato, pari allo zero.

Nessuno si presentò a casa Orlandi, per un sopralluogo nella cameretta di Emanuela, nessuno andò a corso Rinascimento, nessuno alla scuola di musica. I giornali non avevano ancora scritto una riga sull’accaduto.

L’intelligence Vaticana

Mentre la Polizia di Stato italiana ”nicchiava”, la soglia d’allarme in Vaticano era già alta.       
Giovanni Paolo II, che si apprestava a ritornare a Roma dopo essere stato in viaggio in Polonia, fu informato dal Cardinale Casaroli, segretario di Stato, prima di salire sull’aereo in partenza da Cracovia.

Evidentemente, il Cardinale Casaroli, colse la gravità e le implicazioni dell’accaduto, e appena giunto in Vaticano, riunì la Segreteria di Stato a palazzo Apostolico. Il Papa, secondo il racconto del suo segretario di camera, Angelo Gugel, rimase turbato tutta la sera senza toccare cibo.

Dimenticarono però di fare una cosa……  
Nessuno parlò dell’allarme rapimento di cui le alte sfere vaticane erano informate già da tempo.

Nei mesi precedenti, all’interno delle Mura Leonine era circolata la voce che una cittadina vaticana sarebbe stata sequestrata per chiedere in cambio la liberazione di Alì Agca, l’attentatore del Papa. I Servizi Segreti francesi, lo SDECE, tramite un uomo di fiducia del direttore, il marchese Alexander De Marenches, avevano avvisato la Segreteria di Stato che il rischio era concreto.
Tanto concreto che, in almeno due famiglie, si viveva con il fiato sospeso.

Una era quella di Angelo Gugel, l’aiutante di camera di Giovanni Paolo II, servitore umile e fedele, suo cameriere personale che lo accompagnava ovunque, tranne che sull’altare.

L’altra era quella di Camillo Cibin, storico Comandante della Gendarmeria vaticana, insignito delle più alte onorificenze, il super poliziotto che seguì Papa Wojtyla in tutte le sue 104 missioni pastorali all’estero e nei 146 viaggi italiani.

Il Comandante Cibin era lo stesso che rassegnò le dimissioni, subito respinte, all’indomani dell’attentato in piazza san Pietro il 13 maggio 1981 e che l’anno seguente, a Fatima, bloccò un sacerdote fanatico armato di una baionetta, mentre tentava di pugnalare il pontefice.

Verosimilmente, siccome Ercole era “soltanto” il postino papale mentre gli altri due ricoprivano incarichi di più alta responsabilità, nei confronti della famiglia Orlandi ci fu una sottovalutazione dell’allarme transalpino.

Forse Emanuela Orlandi era una vittima sacrificabile

Il responsabile della Vigilanza Vaticana, Camillo Cibin, confidò in privato al sovrastante dell’Ufficio Centrale di Vigilanza del Vaticano, Giusto Antoniazzi, preoccupazioni nei riguardi di sua moglie e sua figlia le quali si sentivano pedinate quando erano fuori dal Vaticano.

Anche Raffaella Gugel, una delle amiche più care di Emanuela, già dall’estate del 1982 si sentiva pedinata. Dalla lettura dei verbali di “sommaria informazione”, Raffaella dichiarò di trovare spesso una persona di circa 35 anni, alta circa un metro e ottanta, capelli scuri, occhiali scuri, pronta a seguirla, a volte sull’autobus, a volte davanti alla scuola, oppure fermo da qualche parte ad attenderla.

In un altro documento, sempre un informativa dell’Arma, si legge che  la madre di Raffaella, riferì i fatti alla Vigilanza Vaticana, la quale spesso mandava degli agenti dietro Raffaella.

La Santa Sede, dunque, aveva considerato il pericolo concreto e attivato i servizi di scorta preventivi.

Altro elemento significativo e che la famiglia Gugel, dopo la scomparsa di Emanuela, sembrava molto preoccupata tanto da aver fatto staccare la propria utenza telefonica e Raffaella aveva tagliato i capelli, dopo averli tinti.

Quindi i dispositivi di sicurezza erano scattati attorno ad Emanuela, tra le amiche più intime, nel palazzo in cui abitava, ma lei incredibilmente era stata tenuta fuori.

Pietro nel suo racconto, fa notare un altro particole che riguarda Raffaella. La stessa non aveva la cittadinanza vaticana, anche se viveva in Vaticano. Questo potrebbe aver indotto i rapitori a scartarla. Non avere la cittadinanza vaticana avrebbe avuto minor potere ricattatorio.

Anche Emanuela era stata seguita

Pietro aggiunge un ulteriore tassello. Papà Ercole, riferì agli inquirenti, che qualche giorno prima del 22 giugno Emanuela, tornando dal mare con la comitiva della parrocchia, mentre percorreva via Corridori in compagnia della sorella Cristina, fu avvicinata da due giovani a bordo di una A112, e la persona seduta a fianco del guidatore allungò il braccio toccandola e disse al guidatore: “E’ questa”.

Un contatto brevissimo, le dita dello sconosciuto per qualche attimo toccarono il braccio sinistro di Emanuela, che si scansò subito. Se ne accorsero un po’ tutti ma pensarono che Emanuela avesse fatto colpo!

Certo che se le autorità vaticane avessero fatto presente che c’era una situazione d’allerta, quelle italiane si sarebbero regolate di conseguenza, avrebbero ascoltato testimoni, indagato.

 Le dichiarazioni di Ercole Orlandi e di Raffaella Gugel, che svelavano che molti sapevano del pericolo di un rapimento, furono raccolte con incredibile ritardo. Guardando le date dei verbali sale la rabbia.

Ercole Orlandi e Raffaella Gugel, sul rischio rapimenti paventato dai francesi, furono ascoltati dagli inquirenti l’11 e il 24 luglio 1984.   
Più di un anno dopo la scomparsa di Emanuela………

   

Manca sempre qualcosa………..continua

………….Capitolo precedente

error: Il contenuto è protetto da Copyright