Dimmi che corpo hai…e non saprò dirti chi sei

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“Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan.”

Jeffrey Eugenides

“Chi sono io”?

Questa è una domanda estremamente complessa, alla quale si possono dare infinite risposte, ma scommetto che la risposta di molti di voi ha inizio indicando, anzitutto, il genere di appartenenza: “sono un uomo” o “sono una donna”. O, nel caso di un bambino, “sono un maschietto” o “sono una femminuccia”.

Tuttavia, esistono persone che, come la protagonista del romanzo di Eugenides, impiegano anni prima di riuscire a fornire una risposta.

L’identità di genere, ossia la percezione di appartenenza ad un certo genere, non è un dato che viene acquisito automaticamente, in conformità con l’anatomia del corpo. Esso può svilupparsi in direzione opposta o, semplicemente, seguire una traiettoria dall’esito imprevedibile.

Identità di genere: work in progress

Ma come si fa a capire quale sarà il genere in cui ci si identificherà? Se non è il corpo che lo determina, forse è il modo nel quale i bambini sono cresciuti a fare la differenza, no?

Più o meno.

E’ vero, prima ancora di venire al mondo siamo immersi in una società dove uomini e donne sembrano appartenere a  territori completamenti diversi, ad ognuno dei quali spetta un certo destino. Ed i genitori lo sanno bene, dal momento che cominciano a differenziare tutto in funzione del sesso del nascituro.

Ma è tutto qui? Certo che no.
Nascere con un sesso, piuttosto che con un altro, non significa solo ricevere un’educazione diversa; implica anche una serie di differenze, sul piano ormonale e cerebrale, che non possono non costituire una prima oggettiva differenza tra i sessi. Il cervello e gli ormoni, infatti, incidono su parte dei comportamenti e della psicologia del cucciolo d’uomo.

Ma, ancora una volta, non è tutto qui.

Cosa manca?

Forse solo la libertà di scegliere di essere esattamente ciò che si è e la possibilità di sperimentare il proprio personalissimo modo di stare al mondo.

Disforia di genere

Ci sono dei casi in cui il sesso, attribuito alla nascita, non corrisponde al genere al quale si sente di appartenere o  in cui non esiste un genere in cui riconoscersi.

Nel primo caso parliamo di disforia di genere: una condizione in cui ci si sente come intrappolati in un corpo che non si riconosce come proprio, perchè sesso biologico e genere non corrispondono. Molto spesso essa insorge nell’infanzia e nella prima adolescenza, alimentando ulteriormente l’incertezza che caratterizza queste fasi della vita.

I bambini che manifestano i primi segni di un simile disturbo tendono ad esprimere apertamente il desiderio di essere trattati come membri del sesso opposto. Altre volte, in maniera meno esplicita, possono esprimere disagio nei confronti delle parti del corpo che rimandano al sesso biologico, primi fra tutti i genitali.

Tuttavia, manifestazioni atipiche dell’identità di genere non necessariamente sono sintomi di disforia: è necessario operare una differenza di fondo ben precisa, seppur non sempre sia di facile attuazione.

O identità non binarie?

Gli esiti di questo lungo e, talvolta,  faticoso percorso sono estremamente variegati.
“Uomo” o “donna”, infatti, non sono le uniche due alternative possibili.

 Coloro che soffrono di disforia di genere ne sono un esempio perché, anche a seguito dell’eventuale operazione chirurgica che restituisce loro un corpo più conforme al proprio vissuto, sperimentano una condizione che non rientra nelle categorie tradizionali di uomo/donna.

Badate bene: non hanno un disturbo perché la loro identità non è conforme a quella che si è soliti chiamare “normalità”, ma perché questa è accompagnata da disagio e sofferenza.

Ma come, è possibile non essere né donna, né uomo, né un “uomo intrappolato nel corpo di una donna” ed essere, nonostante questo, sani?

Sì, sani…solo un po’ fuori dai binari.

Genderqueer è il termine che sintetizza questo concetto perché comprende, al suo interno, tutte quelle persone che non si identificano nel binario uomo/ donna. Ma che possono, per esempio, identificarsi in un mix di entrambi, con eventuali cambiamenti nel corso del tempo. Oppure, non identificarsi affatto in nessuna delle categorie, dandosi la possibilità di esprimersi a prescindere dall’esistenza di un’etichetta che li definisca.

Perché, come afferma Eugenides, “Se la normalità fosse stata normale, l’avrebbero lasciata tutti in pace. Avrebbero potuto mettersi tutti comodi e aspettare che la normalità esprimesse se stessa”.

Bibliografia

Di Ceglie, D.(2003). Straniero nel mio corpo. Sviluppo atipico nell’identità di genere e salute. Franco Angeli. Milano .
Eugenides, J. (2003) . Middlesex . Mondadori, Milano. 

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