La differenza tra i vecchi e nuovi partiti politici

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La differenza tra vecchi e nuovi partiti politici

Qual è la differenza tra i vecchi e i nuovi partiti politici? Nel tempo la società cambia, e con essa – di conseguenza – cambia la politica. Si adatta ai mutamenti sociali, dati da importanti avvenimenti, essendo – in linea teoricala rappresentazione di ciò che meglio ha da offrire la società stessa. Gli avvenimenti la mutano, ma i terremoti istituzionali ne accelerano, drasticamente, il processo di cambiamento.

Il terremoto istituzionale, che mutò radicalmente la scena politica italiana, avvenne nel 1992. Una chiara linea di demarcazione tra il prima e il dopo si individua, perfettamente, con l’avvento di Tangentopoli. Lo scandalo di Tangentopoli fu – di fatto – un sistema fraudolento: un circuito corrotto che coinvolgeva in maniera collusa la politica e l’imprenditoria italiana (Wikipedia).

Fu questo il motivo della denuncia e della scenata di Sgarbi in Parlamento – con conseguente cacciata di forza dall’aula parlamentare – lo scorso 25 Giugno (un altro scandalo simile che il deputato definì Palamaropoli). La denuncia e la ribellione verso un sistema corrotto furono mosse dalla paura di un ulteriore, rigido, stravolgimento.

L’impatto mediatico di Tangentopoli definì – nel linguaggio comune – la fine della Prima Repubblica.

La differenza tra vecchi e nuovi partiti: il ruolo dei partiti nella società

La differenza tra vecchi e nuovi partiti non riguarda il ruolo dei partiti, che è rimasto invariato. Essi erano (e continuano ad essere) intermediari tra il popolo ed il governo. Il compito è quello di portavoce delle richieste del popolo. Attraverso il voto, infatti, il cittadino sceglie da quale partito farsi rappresentare all’interno della scena politica (estrema semplificazione NdR).

Il ruolo, dunque, è rimasto più o meno invariato. Ma cos’è cambiato nei partiti? La struttura e la fiducia dell’elettorato.

I partiti pre-Tangentopoli: i partiti di massa

I partiti nell’era pre-Tangentopoli rappresentavano masse uniformi ed assai numerose. Erano di fatto chiamati partiti di massa. Basti pensare a partiti come il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC) con i loro vasti consensi e lunghi anni di gloria.

Programmi ben definiti, obiettivi comuni e facilmente demarcabili data una minore attenzione – rispetto ai giorni d’oggi – alle libertà ed obiettivi individuali, in favore di un maggiore focus verso quelle riguardanti la collettività.

Erano soprattutto forti di un senso di appartenenza all’interno della società che permetteva ai partiti stessi di farsi forza di un elettorato estremamente coeso e fedele. Lo stravolgimento di Tangentopoli portò un’ondata di insofferenza, sfiducia e ribrezzo verso la politica italiana da parte dei suoi stessi elettori. Sensazioni e sentimenti che ne denotano tutt’ora gli strascichi.

I partiti che prima dominavano la scena politica, PCI e DC, si sciolsero (il primo nel 1991, il secondo nel 1994). Vennero sostituiti da nuove coalizioni, favorendo – inoltre – le opposizioni, che vi trovarono terreno fertile.

I partiti post-Tangentopoli

Oltre lo scandalo Tangentopoli, la modifica sul piano strutturale dei partiti fu influenzata anche da una società sempre più tendente all’individualismo. In principio fu Silvio Berlusconi – che seguendo la linea di Ross Perot (Politico ed imprenditore statunitense) cominciò a immettere nella scena politica italiana una caratura di stampo imprenditoriale e carismatica. L’intuizione fu azzeccatissima. La paura che creò l’immobilismo generale dei partiti dell’epoca, incise ulteriormente sul suo consenso.

Finanziamenti personali e l’utilizzo di mezzi di comunicazione (prima Fininvest, ora Mediaset) aiutarono il Cavaliere ad un’ascesa assoluta, che l’avrebbe annoverato – per più di un decennio – come il personaggio più influente della politica italiana.

L’individualismo non riguardò solo una concezione di sostegno e propaganda partitica, ma demarcò – sotto il punto di vista strutturale – un passaggio da partiti corporativi a partiti personali.

I partiti personali

Ad oggi si può parlare di partiti personali. Questi sono a misura del proprio Leader e dipendono dal suo carisma, dalla sua capacità di attrazione dell’elettorato e mantenimento del gradimento popolare. I partiti – inoltre – perdono una parte dei consensi con la fine della carriera politica del Leader stesso.

L’importanza dei sondaggi per i partiti personali

I sondaggi vengono utilizzati come specchio per le allodole per l’elettorato. Questi sono, di fatto, uno strumento molto utilizzato per misurare il consenso e definire le linee guida del partito personale. Volatili, ma molto utilizzati. Non ci si muove più per programmi ben definiti, ma si segue il volatile consenso di un elettorato chereduce dalla triste vicenda del 1992tende a cambiare carro al minimo sbalzo di temperatura.

I partiti al giorno d’oggi

I partiti oggi sono in gran parte partiti personali. Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva e molti altri partiti minoritari fanno leva sul carisma del proprio Leader. Differente è il discorso per il Movimento 5 Stelle, partito che fa affidamento al suo elettorato attraverso la piattaforma Rousseau.

Il Partito Democraticocon Enrico Letta intento al rinnovamento – è invece indietro nella tabella di marcia della modernizzazione. Un Totem antico in una scena moderna.

Le sfide per il neo-segretario Letta sono due e sono ardue. La prima è quella di far fronte a problemi interni del partito e le conseguenti (ed enormi) fratture intestine. La seconda è riuscire a tappare la falla che – anno dopo anno – fa perdere fiumi di elettorato al partito stesso.

La sfida della politica italiana

Il discorso è mondiale, ma nello specifico della politica italiana si riscontrano grandi ritardi culturali e sociali.
Ogni paese viaggia ad una velocità propria: tra chi ha quasi raggiunto l’immunità di gregge, chi ha ritardi nel piano vaccinale e chi ha a che fare ancora con orde di negazionisti.

La politica italiana – in particolar modo – ha un gap non indifferente da recuperare. Riusciranno gli attori politici a risollevare il morale comune, rendere efficienti le loro proposte e riprendere quella fiducia ormai persa quasi trent’anni fa?

Come al solito, ai posteri l’ardua sentenza. Si spera solo che non siano troppo posteri.