I danni collaterali della pandemia

I danni collaterali della pandemia

I danni collaterali della pandemia e la disuguaglianza sociale

9 marzo 2020: esattamente un anno fa, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, annuncia in diretta il primo lockdown nazionale.
Una data che segna l’inizio di un nuovo modo di vivere e che ha rappresentato un forte shock culturale il cui peso è ancor presente.
Città vuote, saracinesche chiuse, stadi silenziosi e teatri spenti, a distanza di un anno lo sgomento e il timore hanno lasciato il posto alla rassegnazione; ma anche alla consapevolezza che le parole di quel 9 marzo sono state come ”un cerino in un pagliaio”. E ancora, a distanza di un anno, abbiamo la consapevolezza dei latenti danni collaterali che questa pandemia ha causato.

Il punto di partenza per la loro analisi, parte dalla disamina del sistema sociale in cui viviamo. Il denominatore comune degli indici utilizzati per identificare lo status economico e sociale di una singola realtà territoriale consiste nel fatto che essi siano figli di una proiezione media associata alla collettività. Essa, a sua volta, deriva da situazioni specifiche riconducibili a singoli individui.

Sistema sociale al collasso

È, dunque, prassi consolidata considerare nel sistema sociale i valori medi come gli elementi di riferimento per la determinazione di consequenziali politiche.
Ma tale semplificazione, benché funzionale in termini pratici, parte da un implicito atto di smussamento delle criticità di un sistema sociale.

La naturale conseguenza di tale strutturazione è la formazione di politiche che non prendono in considerazione i fattori più critici delle società che sono chiamate a governare. Perciò, qualsiasi provvedimento sviluppato in tale contesto, chiaramente tenderà ad essere meno efficiente laddove le disuguaglianze sociali siano più marcate.

L’insieme delle iniziative politiche intraprese sino a questo punto per limitare i danni quantomeno sociali ed economici derivanti dalla pandemia che ha investito l’intero globo non fa, purtroppo, eccezione. Come Zygmunt Bauman ebbe a dire nel suo Danni Collaterali ;”esiste un’affinità elettiva tra la disuguaglianza sociale e la probabilità di rimanere vittima di qualche catastrofe causata dall’uomo o naturale“. Il Covid-19 non fa che confermare il pensiero lasciato ai posteri dal sociologo polacco.

I divari del passato

Nel mese di marzo 2020, quando annunciarono il primo lockdown occidentale in Italia ed emanarono i primi provvedimenti di ristoro economico, sin da subito si sono manifestate in tutta la propria evidenza l’inadeguatezza e l’inefficacia degli stessi rispetto alla stratificazione sociale. Questo per motivazioni imputabili tanto alle forze politiche attuali, oggettivamente impreparate ad affrontare un evento di tale portata e senza precedenti, quanto alla gestione delle questioni sociali ed economiche da parte della politica negli ultimi decenni.

Se da un lato non è certo grazie al nefasto Covid-19 che siamo riusciti a scoprire la presenza estremamente diffusa del lavoro nero nel nostro paese, dall’altro proprio grazie ad esso è stato possibile capire quanto la questione, nelle ultime decadi, sia stata trattata marginalmente e non mediante interventi strutturali finalizzati a ricreare equilibrio tra il meccanismo della tassazione per l’imprenditoria, estremamente accentuato, e la tutela del lavoratore.
Ciò ha reso, come dicevo, inefficace per una fetta molto consistente della classe operaia italiana il previsto sistema di ristoro per la specifica situazione, e nulla è stato fatto di particolarmente significativo per correggere il tiro nei mesi che sono seguiti, innalzando la suddetta classe a prima vittima collaterale.

Zone territoriali

I danni collaterali della pandemia, hanno assunto un ruolo tanto più marcato nelle zone territoriali ove le disuguaglianze sociali risultano essere più radicate e storicamente meno sotto controllo. Il covid-19, perciò, si è spogliato del suo grado di oggettività che in quanto malattia avrebbe dovuto essere contraddistinto da variabili attinenti esclusivamente al quadro clinico delle singole persone. La pandemia ha determinato risvolti sociali ed economici drammatici tanto più gravi, ove le disuguaglianze sociali risultano essere più evidenti.

Secondo la classifica della qualità della vita stipulata dal Sole 24 Ore nel mese di dicembre 2020, la quale prova ad esprimere un bilancio parziale di come la pandemia da Coronavirus abbia impattato in modo differente sui territori, si evincono le seguenti riflessioni: sebbene da un lato la crisi stia colpendo specialmente le zone settentrionali posizionate storicamente più in alto nella graduatoria, dall’altro il relativo livello di digitalizzazione, il grado di benessere acquisito e le opportunità che i territori offrono ai cittadini ne evitano il collasso.
Il Sud, al contrario, resta in fondo alla classifica. Guadagna da un lato in termini di demografia e salute poiché ha avuto una minore propagazione del virus in relazione alla popolazione residente, ma risulta fortemente penalizzato dai “divari strutturali ereditati dal passato“.

Le responsabilità

Operare, dunque, in un contesto sociale così eterogeneo e fortemente territoriale con iniziative di carattere omogeneo e su base nazionale, non può che essere di difficile se non impossibile attuazione. Invece di proclamare nuove chiusure che tutelassero un bene di inestimabile valore, quale la salute pubblica, in finestre temporali relativamente più brevi, sono state emanate chiusure parziali che hanno inevitabilmente protratto i tempi intaccando i diritti fondamentali del lavoro e dell’istruzione.
A determinati settori, perciò, è stato affidato l’intero onere di sobbarcarsi il peso delle conseguenze economiche e sociali della pandemia da coronavirus. Tali settori risultano bloccati o fortemente limitati, poiché ritenuti non idonei ad essere definibili come essenziali.

Ma quali sono i parametri che permettono di poter qualificare un’attività lavorativa non essenziale, creando un pericoloso distinguo tra cittadini e accentuando le disuguaglianze sociali in una “Repubblica democratica fondata sul lavoro”? Come possono essere il mondo dell’istruzione e della scuola “aperti a tutti” privati del loro ruolo di colonne portanti del futuro della nostra società?

Chi si assumerà le responsabilità di tali danni collaterali?

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