Da “costi quel che costi” al “si salvi chi può”

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Tra competenza e superficialità

“Whatever it takes”. Era il 26 luglio 2012 e alla conferenza di Londra, in qualità di governatore della Banca Centrale Europea – per spiegare ai mercati come l’euro sarebbe stato “scudato” durante la grave crisi economica in atto in quel frangente – Mario Draghi non esitò a porre la politica europea, davanti ad un fatto compiuto.

“Costi quel che costi”; con determinazione, cognizione e assoluta convinzione che così sarebbe stato. Infatti, così fu.

Oggi, lo stesso Draghi, ritorna su un punto che già aveva “illustrato” lo scorso 25 marzo; in piena pandemia, in un intervento al Financial Times, precisò che era necessario “un cambiamento di mentalità, come quello che sarebbe necessario in tempo di guerra”.

Il Sud e la futura generazione

Al Meeting di Comunione e Liberazione, in corso a Rimini, l’ex governatore, ha posto l’accento – ancora una volta – sul rischio delle future generazioni.

Pur riconoscendo la valenza dei sussidi, di primo aiuto, elargiti fino a questo momento, ma certamente non salvifici per il domani, il discorso si è fatto, nell’evoluzione, assai preoccupato per l’immediato che attende le nuove generazioni. E’ necessario pensare, sin da subito, a profonde riforme con obiettivi chiari e determinati. Ci vuole pragmatismo e, nel contempo, un’assoluta visione sulle performance produttive. Insomma, senza alcuna distinzione di carattere politico, sostenere il “debito buono” e aborrire il “debito cattivo” che non porta alcun beneficio all’auspicata crescita.

L’allarme per il problema del Mezzogiorno appare assai evidente; il tempo trascorre, ma non sono ancora chiari quali obiettivi sono da raggiungere. Neppure gli strumenti da utilizzare appaiono individuati, per perseguire i giusti spunti benefici.

Insomma, non si avverte che la politica stia guardando al futuro.

Ottobre è alle porte, ma la progettualità prevista, e pretesa, dal Recovery Fund appare latitante e nebulosa.

In tanti iniziano ad avvertire qualche “scricchiolio” alle proprie poltrone, e se fosse proprio Mario Draghi ad aver avviato il cigolio?

La sola certezza, e lo abbiamo scritto sin dallo scorso aprile, sta nel ritardo dello Stato nel provvedere alla sopravvivenza di famiglie e imprese.

Chi fa cosa e cosa fa chi?

La sostanza dello stato dell’arte, all’attuale momento, sta tutta in proclami e paradigmi; nulla di certo e concreto sembra permeare la fine d’agosto.

Settembre è alle porte, le scuole dovrebbero iniziare, la tornata elettorale trovare spazio, gli spazi scolastici essere determinati e arredati, il campionato di calcio prendere avvio per la prossima stagione, gli ammortizzatori sociali rivisti e applicati anche ad altre tipologie lavorative, gli spettacoli ricominciare con le programmazioni. Tra poco più di un mese sarà ottobre, e il periodo potrebbe essere fatale. Su più fronti.

Oggi viviamo, more solito, fasi di incertezze; cerchiamo di raccapezzarci per capire chi fa cosa e che cosa fa chi. Mascherine obbligatorie oltre i sei anni, ma non si comprende se sarà possibile; basta un contagio e tutti a casa, ma non si ha ancora contezza circa l’effettiva riapertura degli istituti scolastici. I contagi preoccupano e risalgono, ma il caos si staglia all’orizzonte. In verità, mai si è diradato.

Gli eroi del nostro tempo, quelli che poi furono in fretta dimenticati, raccomandano la massima attenzione, ma il TAR è impegnato a respingere il ricorso contro la chiusura delle discoteche.

L’età media – per i contagiati – si è notevolmente abbassata; restare nel Bel Paese deve essere davvero un problema per i più giovani.

Intanto andiamo avanti, la “buona stella” ci assisterà?