La cultura nel 2020: una cultura “on demand”

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La cultura degli ultimi tempi si è trasferita dai tradizionali mezzi di diffusione ai moderni mezzi digitali, diventando “on demand”

Non è una novità, ad oggi, che si parli di web-star. Basti pensare al recente decimo anniversario di Instagram (attualmente uno dei social più utilizzati) e ai suoi “fratelli” più datati. Determinati termini, nati appositamente per i social (influencer, youtuber, content creator, ecc.), ormai vengono utilizzati quotidianamente per indicare i nuovi idoli della società odierna. Idoli che, in molti casi, sono promotori di cultura.

Il fenomeno di YouTube

Tra i vari social network, il primo a presentare una diffusione digitale della cultura è stato YouTube. Nato nel 2005 come piattaforma di video sharing, ha raggiunto un’utenza superiore ai 2 miliardi di persone, molti dei quali si occupano di diffusione dell’informazione. Basta citarne pochi per far ben comprendere il fenomeno: BarbascuraX con più di 400.000 iscritti; Breaking Italy, che supera i 600.000, e tanti altri. Nei loro canali si passa dalla scienza alla politica, dalla letteratura alla filosofia, ed il tutto con un linguaggio giovanile che, probabilmente, è alla base del loro successo.

Il confronto con la televisione

Nel 2016, YouTube ha rivelato i dati di uno studio relativo alla sua audience, dichiarando che il 23% degli utenti ha affermato di guardare YouTube più spesso della televisione; il 63% utilizza la piattaforma con la TV accesa e 2 utenti su 3 aprono YouTube quotidianamente, portando l’ammontare di ore viste al giorno a superare il miliardo (contro i 116 milioni di Netflix).

Urge, dunque, effettuare un paragone sugli effetti che queste statistiche hanno sulla cultura: quali sono le differenze tra youtuber e conduttori di programmi tv? Anzitutto c’è una maggiore libertà. Per quanto limitati dal copyright e dalla demonetizzazione (facilmente risolvibile con l’aiuto di alcuni sponsor), i content creator della piattaforma digitale sono pieni padroni dei contenuti che diffondo e del modo in cui lo diffondono, a differenza dei presentatori che spesso vengono limitati dai produttori o dai proprietari dell’ente televisivo. Se un qualunque youtuber può utilizzare nomignoli e comicità, di certo Alberto Angela deve astenersi.

Un’altra caratteristica di questa supremazia del network è il passaggio del testimone sull’influenza mediatica. Vien da sé che, calati gli ascolti, cala anche la tendenza ad utilizzare la televisione come principale fonte di informazione, preferendovi vari siti internet.

Le altre piattaforme di divulgazione

Ruolo fondamentale per la diffusione della cultura (oltre ai già citati social network) è quello dei podcast. Già presenti dai primi anni duemila, hanno iniziato la loro crescita esponenziale nel 2018, arrivando oggi ad oltre 1.500.000 spettacoli solo su Spotify.
Certo è che questi mezzi di comunicazione promuovano anche l’arte: dal teatro su YouTube, ai disegni su Instagram realizzati per rispondere alle varie challenge.

Come il Covid ha influenzato la cultura

Sarebbe lapalissiano parlare dei danni (in special modo economici) causati dal coronavirus, ma è da evidenziare che non tutti i mali vengono per nuocere. Un po’ per esigenza, un po’ per passione, gli artisti e i direttori dei musei hanno dovuto reinventarsi ed adattarsi alla situazione corrente.

Si va da chi ha aperto per la prima volta dei profili social, ai concerti in diretta, ai musei on-demand. Queste trovate hanno dato una maggiore accessibilità che, a sua volta, ha portato ad una maggiore diffusione della cultura. Basti pensare alle mostre virtuali degli Uffizi che, ad esempio, hanno realizzato più di 3,8 milioni visualizzazioni.
Probabilmente, chi ha intenzione di dedicarsi all’arte è nell’epoca giusta.

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