Le polemiche, il politically correct e il cinema

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Come muoversi tra le polemiche: il politically correct frena il cinema?

Ti trovi davanti ad un tavolino in un bar (ma ben attenti: con mascherina intermittente e distanze rigorose!) e magari hai avuto a che fare con qualche birretta di troppo. Sei con il giusto paio di compagni, e puoi iniziare a delirare con le solite teorie del complotto e discutere su quali attentati siano accaduti davvero e quali no, su quale VIP sia morto ed è tre metri sotto terra e chi si trova su un’isola favolosa, dispersa e sconosciuta nel Pacifico. Ma ti domandi: le polemiche, il politically correct e il cinema ti sentono? Pensi di no e puoi anche iniziare ad immaginare delle improbabili trasposizioni cinematografiche di personaggi tratti dalla storia o dalla letteratura. E sarei gentile se immaginassi i produttori cinematografici decidere in questo modo il destino di un personaggio su cui vogliono farci un film.

La polemica su “Lupin” con Omar Sy

Non mi riferisco alle censure in cui sono caduti alcuni film del passato, alle quali non presto il fianco per il semplice motivo che non mi arrogo la capacità di capire cosa offenda una persona di una certa etnia e cosa non lo faccia. Ma mi è capitato di sentire dei rumors su produzioni cinematografiche prossime ad iniziare che mi hanno fatto sorridere. Inizialmente. Poi ho guardato un po’ la nuova serie TV Netflix di Lupin, con Omar Sy protagonista – attore di origini senegalesi – e ho capito che con il personaggio di Leblanc non ha nulla a che fare. Ma la polemica nel frattempo è scoppiata e rimbalza in tutto il mondo. La serie, che è molto interessante, trae solo il nome dal famoso ladro francese. Ma se si volesse farne una serie TV, o un film, sulla fortunata serie di romanzi, l’attore di Lupin dovrebbe essere necessariamente francese? Beh, vorrei proprio vederlo un passamontagna in grado di imbrigliare il naso di Gérard Depardieu!

La polemica su “Cleopatra” con Gal Gadot

Ha fatto clamore la polemica sull’attrice israeliana Gal Gadot che interpreterà Cleopatra nel film di Patty Jenkins. La regina d’Egitto è egiziana in Egitto, forse greca in Grecia, diciamo vagamente mediorientale… E che quindi protestino gli arabi! Probabilmente è macedone, ma i macedoni non sono più cool dai tempi di Alessandro Magno. Quindi? Io non ho una grande conoscenza del cinema macedone e, a memoria, non me ne vengono di grandi attrici nate a Skopje. L’orda d’indignazione nel web non ha fatto cambiare idea né alla produzione, né alla regia e tantomeno a Gal Gadot che ha risposto elegentamente:

“Prima di tutto, se vuoi essere fedele ai fatti, Cleopatra era macedone. Stavamo cercando un’attrice macedone che potesse adattarsi a Cleopatra. Non c’era, ed io ero molto appassionata a Cleopatra. Ho amici da tutto il mondo, che siano musulmani o cristiani o cattolici o atei o buddisti, o ebrei ovviamente… le persone sono persone, e con me voglio celebrare l’eredità di Cleopatra e l’onore di questa incredibile icona storica che ammiro così tanto.”

Cosa accadrebbe se… cavalcassimo le polemiche e il politically correct nel cinema?

In maniera legittima, ad insorgere contro queste decisioni sui personaggi del grande schermo sono spesso etnie subalterne, livelli della società più oppressi. Le polemiche, il politically correct e il cinema sembrano un trinomio inscindibile. I grandi produttori cinematografici non sembrano tanto interessati dal lato umano e sociologico della questione, quanto più dal rischio di una cattiva pubblicità. Quindi, non stanno affrontando razionalmente la situazione e hanno scelto una strada: cancellare tutto e strizzare l’occhio a quante più persone è possibile fare, senza farle accalorare. Mi ricorda molto quando in “Boris” gli sceneggiatori della fiction nella serie TV, dovevano introdurre un personaggio politicamente scomodo:

“Boris” è profetico, se non l’avete visto, fatevi un favore e recuperatelo!

Ma cosa accadrebbe se rovesciassimo una possibile trasposizione cinematografica? D’altronde sono personaggi finti, inventati, perché immaginarli in un solo modo? Inizi il delirio.
Se lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle lo trasferissimo da Londra in Sacha-Jakutia, in Siberia, con gli occhi a mandorla e gli zigomi ancor più larghi?
Se l’Holden de “Il giovane Holden” di J.D. Salinger lo immaginassimo indiano e l’ambientazione fosse quella di Nuova Dehli?
Se Raskol’nikov di “Delitto e castigo” non fosse un russo dell’800 ma un napoletano del ‘600?

Certo, fatico ad immaginare un Dante messicano che descrive l’Inferno come l’ingresso negli USA sotto Trump, ma non sarebbe un’idea così assurda, oggi. Potrei perfino immaginare il Colonnello Aureliano Buendìa come un rivoltoso nigeriano. La verità è che con la letteratura si può fare tutto. Ci sarebbero ricontestualizzazioni molto interessanti, riscritture che potrebbero essere molto argute, ma che andrebbero a scontrarsi con l’affetto che il grande pubblico prova verso alcuni personaggi di culto. Ma gli esempi di riscritture riuscite non mancano, su tutte c’è la riscrittura: l’Ulisse di Joyce. Trasporre Odisseo in una moderna Odissea fu un grande rischio, ma l’irlandese seppe riscrivere l’epopea mitica in chiave moderna in maniera sublime. Non è tanto cosa trasponi, ma come lo fai. Le critiche aprioristiche non mancheranno mai, ma quelle che contano davvero si fanno dopo aver preso visione del contenuto proposto.

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