Caso Regeni: la verità sui nove lunghi ed estenuanti giorni di torture

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‘Con Giulio, fino alla verità’, così le Sardine – tra i tanti – commentano le novità di una morte macabra, scura e che tanti ostacoli ha trovato tra sé e la verità. Una verità che si cerca da ormai quattro anni e che in questi ultimi giorni sta cominciando a venir fuori. Giulio Regeni si trovava in Medio Oriente per far luce sulle reali condizioni dei lavoratori egiziani in contrasto con il regime dittatoriale di Abdel Fattah al-Sisi. Ricerca che lo porterà, dopo l’arresto e nove lunghi giorni di macabre torture medioevali, alla sua morte.

Il caso Regeni

Il caso riguarda la morte di Giulio Regeni, ricercatore friulano – all’epoca dottorando – presso l’Università di Cambridge trovato morto nel Febbraio del 2016 lungo l’autostrada Cairo-Alessandria nei pressi di una prigione dei servizi segreti egiziani.

Regeni, nato a Trieste il 15 Gennaio 1988, era in Egitto dal Settembre 2015 per una ricerca riguardo la condizione dei sindacati egiziani indipendenti dopo la rivoluzione egiziana del 2011. I suoi articoli venivano pubblicati sotto lo pseudonimo di Antonio Drius; lo stesso Regeni temeva per la sua vita ed era consapevole del contesto in cui si trovava. Il suo ultimo elaborato, datato 14 Gennaio 2016, racconta di un’ondata di scioperi spontanei verificatisi sul suolo egiziano e della difficile situazione sindacale.

Regeni rientra al Cairo dopo le vacanze natalizie il 4 Gennaio. Il 7 Gennaio incontra Mohammed Abdoullah, colui che incastrerà il ricercatore friulano.

Chi è Mohammed Abdoullah

Mohammed Abdoullah è il capo del sindacato autonomo degli ambulanti del Cairo, figura importantissima per la ricerca di Regeni. Abdoullah, però, probabilmente per un tornaconto personale, era in contatto con l’Intelligence egiziana con il compito di incastrare il giovane ricercatore.

Il capo del sindacato viene istruito, dagli stessi servizi segreti, su come installare una microspia in un bottone di una camicia; microspia con la quale, il 7 Gennaio, registrerà una conversazione con Regeni a cui Abdoullah chiede 10mila sterline per la moglie malata di cancro. Queste 10mila sterline – di cui l’Intelligence egiziana era a conoscenza – erano messe a disposizione dalla fondazione britannica Antipode. Quest’ultima è un’associazione che spinge per l’inclusione sociale in Egitto e che auspica ad una rivoluzione sociale per sovvertire il potere dittatoriale tutt’ora presente.

“Sono un accademico, non sono soldi miei”

Questa fu la risposta del ricercatore alla richiesta del denaro. Richiesta che aveva come scopo quella di incastrare Regeni per confermare le supposizioni – da parte delle autorità – in un suo coinvolgimento nel movimento sociale volto al rovesciamento del sistema.

I due si incontrano alle 21:00 del 7 Gennaio; alle 22:30 Abdoullah chiama Kamel Athar, colonnello della sicurezza nazionale e si dirige verso Nasr City, presumibilmente per consegnare la registrazione al colonnello.

L’arresto e gli ultimi giorni di Giulio Regeni

I fili della recita per incastrare Giulio Regeni erano ormai tesi e l’Intelligence egiziana aveva le sue, mai confermate, prove per l’arresto.

Regeni, dopo un pedinamento durato 40 giorni, viene arrestato il 25 Gennaio al Cairo e rinchiuso nella cella numero 13 del Ministero dell’Interno egiziano, da cui non ne uscirà mai più vivo.

Il ricercatore muore il 3 Febbraio, a 28 anni, dopo nove lunghi ed estenuanti giorni di: torture medioevali, isolamento ed un triste e verosimile – date le verità dell’autopsia – desiderio di morte.

Le torture inumane

Le torture subite dal giovane italiano risultano inumane anche al più insensibile degli animi ed al più freddo degli assassini.

Contusioni e abrasioni – di cui sono rivelatori evidenti lividi su tutto il corpo dovuti a numerosi pestaggi con calci, pungi e bastoni;

Numerose fratture ossee di cui: sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, entrambe le articolazioni di braccia e gambe e cinque denti rotti;

Coltellate multiple: sotto le piante di entrambi i piedi e numerosi tagli su tutto il corpo causati presumibilmente da un rasoio;

Numerose bruciature di sigarette spente direttamente sulla pelle. Ed una più voluminosa al centro della schiena, all’altezza delle scapole. Erano anche presenti incisioni somiglianti a lettere.

L’esame autoptico – effettuato per comprendere le cause della morte – ha evidenziato un’emorragia cerebrale ed una vertebra cervicale fratturata a seguito di un violento colpo al collo con l’ausilio di un corpo contundente. Quest’ultimo è stato accertato come causa della sua morte.

Il presidente Roberto Fico dichiara, con fermezza, di voler chiudere i rapporti diplomatici con l’Egitto

Alla luce delle novità di questi ultimi giorni che confermano il coinvolgimento della sicurezza nazionale egiziana nelle modalità di reclusione, il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico dichiara all’emittente egiziana Al Jazeera Arabia:

“La Camera conferma la chiusura delle relazioni diplomatiche con l’Egitto. Sono indignato come tutto il popolo italiano, il racconto delle torture è stato agghiacciante.”

Denunciando così anche una mancanza assoluta di collaborazione da parte delle autorità egiziane.

Sono quattro gli indagati tra gli ufficiali della sicurezza nazionale del Cairo e di cui il PM di Roma Sergio Colaiocco chiede il processo in Italia: il generale Sabir Tariq, i colonnelli Athar Kame ed Helmi, ed il maggiore Sharif.

I rapporti diplomatici e i legami di commercio non sono nulla in confronto alla dignità nazionale e al rispetto dei diritti fondamentali degli esseri umani. Si auspica una direzione reale che segua le parole del Presidente Fico e che possa far emergere – dopo quattro lunghi anni – la verità finale della morte del giovane ricercatore italiano che ancora non ha trovato giustizia.

Un giovane che era lì per il dottorato, la professoressa gli aveva detto di dover far quello. Un giovane che ha sofferto in un modo che non si augurerebbe nemmeno al proprio peggior nemico. E non è né il primo e né l’ultimo, è uno di tanti… solo che è un po’ più simile a noi.
Un ragazzo come tanti, che oggi si chiama Giulio Regeni, ma che domani potrebbe avere un altro nome.

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