Caserma Piacenza carabinieri arrestati

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Caserma Piacenza: sono sei i militari dell’Arma arrestati a vario titolo

Spaccio, torture, estorsioni, arresti illegali e lesioni personali: sono solo alcuni dei reati contestati ai Carabinieri della Caserma di Piacenza arrestati in via Caccialupo. Nei giorni scorsi sono state eseguite le misure cautelari nei confronti di 12 soggetti – tra cui 6 militari in forza alla caserma Levante di Piacenza (tre pusher e altrettanti collaboratori), tutti accusati a vario titolo di aver preso parte a quella sequenza di reati che il procuratore della città emiliana Grazia Pradella ha definito senza mezzi termini “impressionanti se si pensa che siano stati condotti da militari”. 

L’indagine

L’indagine (rinominata Odysseus) è stata portata avanti con la collaborazione delle Fiamme Gialle, che hanno ricostruito in pochi mesi un quadro indiziario senza precedenti nella storia della Repubblica, data la professione svolta dai soggetti indagati. Nello specifico, dalle intercettazioni ambientali e telematiche catturate negli ultimi sei mesi, è emerso che i militari avevano creato – nei tre anni precedenti – almeno dal 2017 – una fitta rete di rapporti con i pusher locali, alcuni dei quali vedevano sequestrarsi la roba che poi veniva rivenduta dai carabinieri ad altri pusher compiacenti. E chi si opponeva, veniva pestato a sangue. 

È quanto emerso dalle registrazioni e dalle testimonianze è sconvolgente: Giuseppe Montella, l’appuntato 37enne considerato al vertice di quella che lui stesso definiva “un associazione a delinquere” – una struttura piramidale che secondo l’indagato avrebbe reso impossibile rintracciare loro – è oggi rinchiuso nel carcere di Cremona in attesa di essere interrogato.

Gli inquirenti lo considerano la mente di questa organizzazione: da quanto emerge, era lui ad occuparsi di contrattare con i pusher e di coordinare le punizioni per quelli che non volevano attenersi alle regole da lui imposte. Secondo il Pubblico Ministero però, non è finita qui: dall’analisi dei conti correnti emergono altre verità. L’appuntato aveva uno stile di vita non proporzionato alle sue possibilità, tra moto e auto di lusso.

Da quanto emerso, in una di queste compravendite arrivò a puntare pistola e distintivo verso un impiegato di una concessionaria, per ottenere la riduzione del prezzo di una auto sportiva dal valore di diverse decine di migliaia di euro, acquistandola in fine per poco più di 10.000 euro. 

Altre accuse

Gli altri cinque militari sono tutti indagati a vario titolo per la partecipazione al sodalizio criminale e per l’impunità concessa ai colleghi nei casi più disparati: gli eventi contestati spaziano dall’arresto illegale e conseguente pestaggio di un ragazzo nigeriano alla falsificazione di atti istituzionali in cui si accertavano mansioni svolte e turni mai ricoperti dai militari.

Ma non finisce qui: a quanto pare – durante i periodi di lockdown– sprezzanti di ogni norma di sicurezza si impegnarono a compilare false autocertificazioni per permettere ai pusher alle loro dipendenze di andare a Milano per rifornirsi di sostanze stupefacenti da rivendere sul mercato piacentino in un periodo in cui la richiesta era estremamente aumentata ma lo stupefacente scarseggiava nelle piazze spaccio. 

Caserma Piacenza: sei carabinieri arrestati – capi di accusa

La lista dei capi d’accusa è ancora lunga, e non si esclude un aggravarsi a seguito dei retroscena evocati dalle dichiarazioni di una transessuale e di alcuni pusher, che delineano un quadro di abusi di potere e grave menefreghismo nei confronti dell’Istituzione. Alla luce dei fatti non sorprendono le parole della procuratrice capo di Piacenza, quando ammette che “non c’è stato nulla o quasi nulla, in quella caserma, di lecito”. 

È infatti una decisione senza precedenti – visti i reati contestati e il clima generale che aleggia sulla vicenda – quella di sequestrare l’intera caserma del quartiere Vittorio Emanuele di Piacenza in vista di ulteriori indagini.

Proprio per garantire la serenità di quest’ultime e per ristabilire il senso di fiducia nell’istituzione, si è scelto di azzerare i vertici locali e provinciali dell’Arma, sostituiti dal colonnello Paolo Abrate, dal tenente colonnello Alfredo Bevaroni e dal maggiore Lorenzo Provenzano. 

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