Carcere: eredità post-covid

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Il numero dei detenuti torna a salire nella fase di allentamento delle misure contenitive.

Il sistema penitenziario, già allo stremo, ha patito indifferente le rivolte di marzo, ma ancora non si discute di una riforma organica che vada a colmare le lacune di un apparato al collasso.

Il virus

La crisi sanitaria, provocata dalla diffusione del coronavirus, ha esacerbato i problemi e le carenze strutturali dell’universo delle patrie galere. Nella confusione organizzativa generale, causata dalla pandemia e dal conseguente lockdown, il Ministero della giustizia e il Dap hanno optato per il pugno duro. Questo, nonostante le sollecitazioni del Csm verso il Dipartimento di amministrazione penitenziaria affinché si impegnasse a comunicare ai magistrati di sorveglianza, le condizioni di salute dei detenuti anziani e a concedere misure alternative qualora fossero esposti ad un concreto rischio in caso di contagio. E proprio una circolare del 21 marzo 2020 è finita al centro delle polemiche poiché, secondo alcuni, consentiva a pericolosi boss mafiosi di uscire dal carcere, essendo molti di loro, di fatto, ultra 70enni e pluripatologici. Questa circolare è stata prontamente ritirata, a seguito dell’aspra indignazione dell’opinione pubblica. 

Sovraffollamento e rivolte

Le pratiche di contenimento, messe in atto sin da subito per contrastare la diffusione del coronavirus all’interno degli istituti, non hanno però sortito l’effetto desiderato. All’oggettiva difficoltà di mantenere le distanze di sicurezza e i regimi di isolamento, in un ambiente già sovraffollato, si è aggiunta la sospensione dei colloqui con i familiari, rimpiazzati tardivamente da incontri audiovisivi tramite piattaforma Skype. Questo ha agito da miccia, facendo sì che la situazione degenerasse, nella settimana di rivolte che si sono diffuse a macchia d’olio in 49 carceri e che sono costate la vita di 13 detenuti; tutti morti in condizioni sospette (per tutti si parla di overdose causata da farmaci saccheggiati nelle infermerie), quattro dei quali deceduti durante i trasferimenti, a seguito delle sommosse. Una cosa è certa: le cause dei disordini nei penitenziari italiani vanno ricercate nelle condizioni in cui questi ultimi versano ormai da anni. 

Strasburgo ci bacchetta per l’ennesima volta…

La Corte europea dei diritti dell’uomo torna a rimproverare l’Italia su 41 bis e sovraffollamento cronico (l’ultimo rapporto è stato pubblicato a gennaio 2020, consultabile in basso). L’attuale Governo non sembra particolarmente interessato a rivedere in maniera critica gli ingranaggi del sistema penitenziario e di quello giudiziario, entrambi fortemente provati già prima dello scoppio della pandemia e delle conseguenze che questa ha avuto sulla politica e sulla vita dei cittadini.

I numeri

Basti pensare che la popolazione detenuta, al 29 febbraio 2020 (ultima rilevazione prima dell’inizio del lockdown), era pari a 61.230 soggetti a fronte di una capienza regolamentare di 50.931 unità, con un tasso di sovraffollamento del 120% (dati del Ministero della Giustizia). A seguito dell’appello del Consiglio superiore della Magistratura e dell’iniziale apprensione del Dap, si assiste ad un leggero aumento dei differimenti di pena, che hanno permesso ad alcuni di scontare parte della condanna ai domiciliari, per questioni di salute. Salvo poi vedersi riportare in cella, quando l’indignazione pubblica è riuscita nel suo intento di piegare i dettami costituzionali, garanti la salvaguardia della salute, come necessità primaria anche per coloro che stanno scontando una condanna, indipendentemente dal reato commesso. (art.27). Nei mesi successivi si registra una riduzione del numero delle presenze, passando dai circa 57.000 di marzo ai 53.000 di aprile e giugno. Una diminuzione tanto marcata non è però frutto della clemenza incondizionata dei magistrati, ma del netto calo dei nuovi ingressi in un periodo di lockdown stringente che, di fatto, ha impedito la commissione di quei crimini di strada che comunemente fanno spalancare le porte del carcere. Non è un caso che, con l’allentamento delle misure contenitive, questo numero sia tornato a salire al ritmo di circa mille unità al mese, con poco meno di 54.000 presenze al 31 giugno, numero che viene riconfermato nelle statistiche di fine luglio, le ultime disponibili. E altrettanto velocemente aumenta il numero dei suicidi legati agli ambienti carcerari. Sono 32 finora i casi accertati per il 2020, nove dei quali in Campania. A questi vanno aggiunti quattro agenti di polizia penitenziaria.

È forse questo il segnale più evidente della scarsa efficienza di un sistema che nel complesso stenta a raggiungere standard adeguati al ruolo preposto.

Sitografia

Report del council of Europe anti-torture Committee consultabile qui:  https://www.coe.int/en/web/cpt/-/council-of-europe-anti-torture-committee-publishes-report-on-italy-focusing-on-prison-establishments

Le note sono relative a statistiche del Ministero della Giustizia consultabili al seguente link: https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page

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