1970: la camera approva la legge sul divorzio

LEGGE-SUL-DIVORZIO

Il 1 dicembre 1970 la camera approva la legge sul divorzio con 319 favorevoli e 286 contrari

Un po’ di libertà l’omo la deve avere. Perché? Perché è omo.

Un’affermazione che fa accapponare la pelle, una dimostrazione esplicita della subordinazione fisica e mentale, che vivevano i nostri avi.

Una prova del meccanismo intrinseco manipolatore di rispetto e di obbedienza al sesso forte. Di chi dal padre al marito, sacrificava la sua libertà per tutta la vita.

E alle donne apparentemente stava bene. Il divorzio non era nemmeno lontanamente un’opzione, così come non lo era la ribellione. 

Un’altra testimone dell’epoca, dichiara che il “nemico del femminismo” è la donna stessa. La rassegnazione di dover essere specchio della Vergine Maria e non di Maria Maddalena.

Pier Paolo Pasolini e l’inchiesta sul divorzio

Pier Paolo Pasolini a metà degli anni 60, con il suo documentario Comizi d’amore, penetra negli abissi della coscienza umana. Mette in luce i pregiudizi e la mentalità retrograda che purtroppo ancora oggi continua ad infiammare gli animi di alcuni.

Non sono favorevole al divorzio perché sono calabrese, se non vanno d’accordo si prenderanno “i manieri” e andranno d’accordo. 

Comanda mio marito, l’uomo è più importante perché è uomo.

Non ci sono ulteriori spiegazioni: è legge

La prova evidente della subordinazione da parte del pater familias, che non poteva venire meno agli obblighi del patriarcato.
Regole non scritte da far rispettare, solo perché era stato così fino a quel momento e non poteva essere altrimenti: bisognava zittire il sesso debole ad ogni costo.

Una donna deve essere pura quando si sposa, non deve aver fatto quello che le pare e piace. 

Quando il matrimonio non funzionava erano le donne; non scandalizzava nessuno che l’uomo avesse altri affetti.

Un mondo in apparenza granitico, ostile ad ogni cambiamento, arroccato nei ruoli imposti dalla famiglia patriarcale.

La parità dei sessi, o l’attuazione di norme volte a tutelare i bisogni coniugali, era qualcosa di completamente inimmaginabile, eppure pochi anni dopo l’inchiesta, il parlamento italiano approva a maggioranza la legge sul divorzio.

Il 1 dicembre 1970 la camera passa la legge con 319 favorevoli e 286 contrari.

La camera approva la legge sul divorzio: le reazioni di cattolici e laici

Non vi nascondiamo l’amarezza che ci ha raggiunto, per l’approvazione della legge che intende introdurre il divorzio anche in Italia [..] Avvenimento che noi reputiamo infelice.

Papa Paolo VI

Questa è l’Italia della democrazia cristiana, degli ideali cattolici che si imponevano e plasmavano le mentalità dei cittadini. Del rispetto della legge di Dio
I partiti che si ispiravano al mondo cattolico, volevano imporre questa visione anche a chi non lo considerava un sacramento.

La chiesa riteneva che una legge del genere, non potesse essere approvata in Italia, sede dello Stato Pontificio. Riteneva che fosse un vulnus rispetto ai Patti Lateranensi.

Ma c’era anche chi dimostrava di essere al passo, di chi ambiva a collocarsi nella schiera di chi era a favore di una modernizzazione della società. Una società del futuro che realizzava quella uguaglianza tanto aspirata. Del piacere dell’indipendenza, della possibilità di avere una voce.

Fino ad allora non c’erano stati movimenti per i diritti civili. Il paese si mobilitò di conseguenza.

Fu l’apripista di un grande capitolo della storia italiana, una più libera, svincolata da certi riti del passato, dove i diritti vengono presi in considerazione.

Si stava verificando una rivoluzione della società.
Difatti non fu l’unica vittoria laica: dal 1965 al 1970 ci fu una presa di coscienza nel chiedere delle riforme, di ottenere una pari dignità, ma soprattutto di guardare alla dignità della persona.

La camera approva la legge sul divorzio: “Tremate, tremate le streghe son tornate”

Questo l’inno delle donne che si sentirono finalmente liberate dall’autorità del padre/padrone. Il padre si sentì destituito, perse luce come figura.

I bisogni della donna erano considerati un tabù, la donna di per sé era un tabù. Il divorzio, la parola stessa, era un tabù. Nei testi si preferiva optare per l’espressione “scioglimento del matrimonio” anziché la sua reale designazione. Arrivare alla non auto-definizione di un termine, ma usarlo in funzione di qualcos’altro. Deviare il significato stesso perché rappresentava lo scioglimento di qualcosa di sacro agli occhi dei più: celarlo

Il divorzio ha messo nelle nostre coscienze la possibilità di chiudere un rapporto.
Una vera e propria rivoluzione: dopo oltre un secolo viene cancellato un dogma. Il potere di legiferare in materia matrimoniale torna nelle mani dello stato italiano, un potere che fino a quel momento era stato compito dei tribunali ecclesiastici.

Il socialista Loris Fortuna, padre della legge, vedeva realizzato un sogno di una vita: una vittoria che li inserisce nella nostra legalità repubblicana.

Riteniamo che la Costituzione venga realizzata quando si fanno leggi con contenuti libertari; viene strangolata quando si impone a tutti un credo altissimo, che è proprio solo ad una parte degli italiani. 
Vogliamo dare agli italiani una possibilità di scelta: chi vorrà troverà il modo di utilizzare le leggi dello stato per un rimedio giuridico; chi non vorrà per dettami altissimi della propria coscienza, non lo farà. Quello che non è giusto è che si stabilisca costituzionale, quello di imporre le proprie idee agli altri.

Loris Fortuna

Franca Viola e il matrimonio riparatore

Le norme sul divorzio voltarono pagina rispetto ad una legislazione di epoca fascista, che perdonava fatti commessi ai danni delle donne, a partire dal matrimonio riparatore in caso di violenza sessuale. 

Nel 1966 fece scalpore il caso di Franca Viola. Appena diciassettenne fu rapita e abusata da Filippo Melodia, un malavitoso. Fu la prima donna italiana a rifiutarsi di sposare il suo aggressore: la prima ad opporsi ad una norma che costituzionalizzava lo stupro.

Colpirono con Filippo Melodia non solo il rapitore ma tutto un costume vecchio di secoli intessuto di pregiudizi, sostanzialmente negatore della possibilità stessa per una donna di scegliere il proprio destino, di essere un soggetto e non un oggetto di amore.

Telegiornale del 27/10/68

La norma del matrimonio riparatore fu cancellata sedici anni dopo la violenza, che non fu un caso isolato. Solo nel 1996 lo stupro verrà considerato un reato contro la persona e non contro la morale.

Chi non approva la legge sul divorzio: il referendum abrogativo

Il clima che aveva portato all’approvazione della legge sul divorzio era stato tutt’altro che sereno: il Parlamento aveva votato la legge che in attuazione all’articolo 75 della costituzione, avrebbe consentito ai cittadini di pronunciarsi con un referendum sull’abrogazione o il mantenimento del provvedimento legislativo.

La democrazia cristiana – che ovviamente non approva la legge sul divorzio – accettò la sconfitta parlamentare a condizione che venisse istituita la legge per il referendum. Ma la resistenza del mondo cattolico e della DC non fermò il momento divorzista italiano.

Chi chiedeva di cancellare la legge faceva uso di bugie, falsificazioni, invenzioni, frasi false mutilate di Marx e Togliatti, calunnie.
Si faceva leva sulle paure e insicurezze del popolo, lo stesso che aveva trovato nella democrazia cristiana un barlume di sicurezza a quel mondo bipolare. La legge sul divorzio appariva addirittura come un parteggiamento per il comunismo.
Cercarono di vincere con ogni mezzo.

Una vera e propria battaglia civile combattuta nelle piazze e nei circoli. Coinvolse la gente comune e non solo. Le personalità in voga, come Gianni Morandi e Gigi Proietti, espressero il proprio parere con spot di propaganda.

La vera incognita erano le donne: molti temevano la posizione dell’universo femminile perché il femminismo in quegli anni non era ancora un movimento di massa vero e proprio. Cominciava a diffondersi una coscienza femminile diversa, a piccoli passi.

Una società di pregiudizi

L’annullamento di un matrimonio davanti al tribunale ecclesiastico della sacra rota era molto oneroso, un’uscita di sicurezza riservata a pochi.

Le donne che non avevano un’autonomia economica, erano restie a causa dalle conseguenze che avrebbe scaturito la perdita di protezione – anche nominale – sui figli, da parte di un marito.

Non fu una scelta facile per molte donne porre fine al matrimonio negli anni 70.
Essere figli di genitori separati, era una situazione non ben accolta da tutti. Vi era la preoccupazione di non essere integro in qualcosa, in perenne imbarazzo, di dover dare delle giustificazioni. Diventare dei cittadini di seconda classe.

Io sono cristiana e penso che sia più peccato convivere ipocritamente solo per la famiglia di “facciata”. È inutile mantenere in vita un matrimonio che è tale solo civilmente ma non a livello sentimentale dei coniugi 

Marcella Crudeli

La questione del fallimento relazionale non era però l’unica ad essere presa in considerazione dagli aspiranti divorzisti. 
Migliaia i casi delle vedove bianche: donne abbandonate dai mariti espatriati, mariti che cancellano ogni contatto con la famiglia.
Per queste donne, vivere nei paesi dove sono state abbandonate è ai limiti dell’impossibile. Sole, senza soldi e con figli da crescere.

L’introduzione del divorzio comportò così la possibilità di vivere nella legge.
Permise di abbattere i pregiudizi anche sul concubinato, su chi sceglieva di vivere contro i dettami della chiesa cattolica. 

Il divorzio oggi: ricordare ed istruire

Tuttora, per il mondo cattolico il matrimonio è un sacramento e non va messo in discussione.
Posizioni più moderate sono state prese però, anche da chi è a capo di questo mondo così radicato.

Il Papa delle unioni civili si esprime così:

Ci sono matrimoni nulli per mancanza di fede. Poi magari il matrimonio non è nullo, ma non si sviluppa bene per l’immaturità psicologica.
In alcuni casi il matrimonio è valido, ma a volte è meglio che i due si separino per il bene dei figli.

Concepire oggi la mentalità di chi all’epoca si schierava contrario alla legge, richiede un grande sforzo. Come ogni piaga sociale c’è infatti il bisogno di contestualizzare. 

È lecito ad esempio lo sconvolgimento degli spettatori contemporanei per alcuni casi isolati di ribellione dell’epoca.

Il riferimento va a Lila Cerullo, una delle due facce geniali della tetralogia L’amica geniale, di Elena Ferrante. Romanzi che ci hanno permesso di creare un’empatia lontana nel tempo. Ci hanno traslato in un mondo apparentemente passato, fatto di regole, di cose non dette e di sentimenti nascosti, della paura di essere e di quella di affermarsi, di quella di reagire o non reagire, di fuggire o di restare

Lila è l’eccezione, non ha paura di sfidare il coniuge e di ribellarsi ad una vita che non gli si addice. 

Erano i mezzi, a mancarle. 

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