Il linguaggio messo alla prova dal virus

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Come sta cambiando il linguaggio ai tempi del coronavirus? Nuove parole affermano nuovi significati.

La recente crisi sanitaria, dovuta al diffondersi del virus Sars-Covid 2, ha avuto conseguenze drammatiche, sotto molteplici punti di vista. L’Italia è stata tra le prime nazioni a dover affrontare l’ascesa, inattesa, del numero di contagi.
Ha anticipato – almeno in Occidente – diverse situazioni e nuove terminologie sono, rapidamente, entrate nel linguaggio comune e colloquiale: lockdown, assembramento, autocertificazione, distanziamento sociale. Tutte parole poco utilizzate in passato, ora indispensabili, per esprimere qualsiasi concetto o azione quotidiana e professionale.
E, come insegna la sociolinguistica, un cambiamento nel linguaggio presuppone sempre anche una nuova organizzazione cognitiva, che si riflette nel modo di intendere i rapporti con la società. Quindi con la famiglia, gli amici, le istituzioni e il lavoro. C’è un rapporto dialettico tra le parole, il significato che gli attribuiamo e le loro rappresentazioni sociali.
Questa riorganizzazione, delle modalità di interazione, riflette i cambiamenti strutturali che le nostre comunità stanno affrontando. La socialità come la conoscevamo una volta, non esiste più. Il modo nel quale siamo stati educati a interagire con gli altri va – momentaneamente, ci dicono – accantonato, a favore di una maggior distanza interpersonale e una diminuzione dei contatti.

“Rimaniamo distanti oggi,
per abbracciarci più forti domani”                                                             

Così primo ministro Giuseppe Conte, invitava gli italiani al rigore durante la seconda di quella serie di dirette che avrebbero tenuto il paese incollato al televisore, in attesa di nuove direttive. E nella speranza di ricevere buone notizie, quando a pochi giorni dall’inizio del lockdown già si percepivano le avvisaglie dei grossi cambiamenti che, di lì a poco,si sarebbero manifestati.
Trasformazioni che sono poi effettivamente avvenute. Basti pensare alla drastica chiusura delle scuole e all’incertezza quotidiana sulla loro riapertura a settembre, tra la difficoltà di garantire distanziamento e bassa promiscuità nelle classi. Per non parlare del mondo del lavoro, dove tutti i settori hanno sofferto la chiusura, per la serrata dovuta allo stop delle attività e ai drastici cali, in termini di fatturato. Inoltre, altro aspetto negativo, il conseguente aumento del 40% del numero di disoccupati, richiedenti sussidio.
Queste situazioni, portano inevitabilmente ad un cambiamento nel modo di intendere e di intendersi. I nuovi modi di fare, le nuove abitudini quotidiane ci portano ad utilizzare parole nuove che rispecchiano le nuove necessità e i nuovi valori.

Assembramento, un termine – fino a pochi mesi fa – indistinguibile per maggior parte delle persone dal quasi omofono assemblamento. Oggi invece ha un significato ben preciso, legato saldamente a concetti ostili e ricordi difficili: assembramento come causa del diffondersi dei contagi. Assembramento, come gruppo trasgressore la legge, che impone di evitare luoghi affollati. Tecnicamente, dei criminali. Ma la parola assembramento, di per sé, significa solo “raggruppamento di persone, folla”. È la valenza del termine che è cambiata rapidamente, tanto quanto la nostra propensione a riunirci in gruppi numerosi.
La parola quarantena ha subito trafila simile. Da termine strettamente legato al campo della medicina (o al massimo allo studio della storia) è passato, prepotentemente, a rappresentare una delle paure più sentite da molti: quella di risultare contagiato, di essere obbligato a restare in casa e non avere contatti con nessuno, per un lasso di tempo variabile e imprevedibile.
E di esempi come questi ce ne sono ancora a decine; con lockdown riaffioreranno sempre i ricordi delle saracinesche abbassate, le città svuotate e le file davanti al supermercato. Quando sentiremo parlare di autocertificazione, ripenseremo al fatto che senza di quella non saremmo potuti uscire di casa. E che ogni firma su una di essa equivaleva ad un contratto con lo Stato, che prevedeva sanzioni in caso di dichiarazioni mendaci, con le conseguenze deleterie che comportano un eccesso di potere e discrezionalità , nelle mani di chi era tenuto a controllare.

Inizialmente, il linguaggio comune da Nord a Sud (che finalmente parevano uniti) era fatto di parole di gioia e di incoraggiamento. “Andrà tutto bene”, si sentiva gridare dai balconi. Ma non ci è voluto molto affinché la scoraggiante realtà, della crisi sanitaria e della prevista recessione economica, riportasse il linguaggio e i significati alla retorica di odio alla quale ci siamo abituati e assuefatti.

Si è tornato a parlare dei giovani terroni fuggiaschi, dei runner untori e degli scienziati al soldo di Big Pharma. Ed è così che le parole e i concetti, continuamente mutanti di significato, si sono adeguati alla velocità dei mutamenti sociali e del modo in cui li interpretiamo.

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