Il razzismo nel calcio: la Champion’s League protagonista

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Racconti di calcio sporcato dal razzismo

“Calcio e razzismo” è diventato un connubio tanto ignobile quanto consueto. L’ultimo episodio che va a rafforzare questo connubio, si è consumato durante l’ultima giornata di Champion’s League tra Paris Saint-Germain e Instanbul Başakşehir. L’attaccante della squadra turca Demba Ba, ha sentito una conversazione tra il quarto uomo Coltescu e l’arbitro del match, Hategan. Il quarto uomo avrebbe comunicato in romeno all’arbitro l’espulsione del centravanti senegalese segnalandolo come “black guy”.
Le due squadre sono uscite dal campo sospendendo, di fatto, la partita.
Un gesto forte, solidale e, purtroppo, fino ad oggi inedito. E che tutti aspettavano.

Razzismo e tifoserie

Nel calcio italiano, ma non solo, gli episodi di razzismo provengono soprattutto dalle curve, infestate dagli ultras più intransigenti, spesso immischiati con la delinquenza, oppure esponenti di partiti di estrema destra. Nel campionato di Serie A, sono stati tanti i professionisti vittimizzati delle barbarie del razzismo. Tra i tanti spicca sicuramente Mario Balotelli, attaccante del Monza e della Nazionale italiana, che in passato ha avuto non pochi problemi con gli infami ululati provenienti dagli spalti. Proprio nel 2019 fu vittima di insulti da parte degli ultras dell’Hellas Verona. Il capo ultrà degli “Scaligeri” ebbe a dire della reazione di sgomento da parte di Balotelli e da gran parte dei social network mondiali:

“Lui non sarà mai del tutto italiano. Non siamo razzisti, abbiamo un negro in squadra”

Luca Castellini

Nello stesso anno a Romelu Lukaku, attaccante dell’Inter e della Nazionale belga, vennero regalati degli ululati dalla curva del Cagliari. La stessa curva che qualche mese prima riservò lo stesso trattamento a Moise Kean, all’epoca attaccante della Juventus e della Nazionale italiana. Durante la stagione 2018/2019 durante Inter-Napoli a San Siro, la curva Nord meneghina si esibì con gli stessi beceri versi contro il senegalese Kalidou Koulibaly, difensore del Napoli.

Questi sono soltanto gli episodi più recenti, ma anche soltanto quelli che hanno fatto più clamore.

In Spagna, il difensore del Barcellona Dani Alves, nella sfida contro il Villareal, si vide arrivare una banana in campo. La sua risposta fu pronta ed esemplare: la mangiò.


In Inghilterra, Toni Rudiger si è battuto pubblicamente per non far entrare più negli stadi i tifosi del Tottenham che gli avevano riservato gli infami ululati.

Il paradosso del razzismo è che unisce, sotto la stessa ignominiosa bandiera, una serie indiscriminata di tifosi da tutte le parti del mondo.

Il razzismo non solo dagli spalti

L’annosa questione, trova respiro anche nelle parole e nei modi di chi gestisce e indirizza il calcio. Famoso fu il caso dell’ex presidente della FIGC Carlo Tavecchio:

 “Le questioni di accoglienza sono un conto, le questioni del gioco sono un altro. L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi, invece, diciamo che Opti Poba – nome fittizio – è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”.

Carlo Tavecchio

Ed è stato per anni il Presidente della Federazione che avrebbe dovuto porre un argine al razzismo nel calcio. Nel suo palmares non mancano neppure uscite omofobe. Non ne sentiamo la mancanza.

Che fare con il razzismo nel calcio?

Si è ben capito che trattasi di un problema generalizzato: parte dall’ultimo seggiolino degli stadi, attraversa tutti i campi di calcio del mondo, entra nei salotti dei tifosi e arriva ad accomodarsi sulle poltrone delle classi dirigenziali. Quindi, che fare?
Mi sono sempre posto alcune domande quando penso a delle soluzioni: ma com’è possibile che le vittime del razzismo sollevano il problema e poi a parlarne, a discuterne e a cercare la soluzione sono sempre persone che non possono sapere cosa significhi sentire un ululato mortificante?
Come posso io capire cosa prova una persona vittima di razzismo, siccome la generale avversione si abbatte contro minoranze etniche di cui non faccio parte? Da parte mia non può che esserci solidarietà, empatia, ma non capirò mai cosa si prova. E non me ne sento affatto felice: la mia fortuna è la sfortuna di un altro.

Perché quando c’è il fischio d’inizio si apre anche una “zona franca” nell’animo dei tifosi che si sentono in diritto di dire qualsiasi cosa? Cosa succede ad una persona che guarda una partita e vede un calciatore di etnia diversa dalla sua? Riemergono frustrazioni della quotidianità fino ad allora tamponate? Oppure vecchi retaggi di odio e tribalismo?

Non è facile capirne le ragioni e non serve a nulla derubricare il tutto nella casistica e nella stupidità. Ma si sta facendo qualcosa?

Le associazioni calcistiche nazionali, coadiuvate dai diversi club, hanno avviato delle campagne mediatiche contro il razzismo. Anno dopo anno le pene si sono indurite contro coloro i quali, negli stadi, si rendono protagonisti di atti razzisti. L’Inghilterra è certamente un esempio virtuoso: avendo negli stadi il supporto audiovisivo settore per settore, sugli spalti, ha reso possibile l’identificazione di un eventuale colpevole, il quale – una volta identificato – riceverà una multa salatissima e il divieto di accedere allo stadio. La repressione e la comminazione di pene per questi casi, basteranno? Per quanto assurdo, il movimento calcistico ha iniziato a stigmatizzare il razzismo da troppo poco tempo. Ma per vedere dei risultati importanti c’è la necessità di avere coesione tra le varie associazioni calcistiche, istituendo una regolamentazione unica e rigorosa.
Non solo repressione, ma anche prevenzione: nelle scuole calcio, tra i bambini, c’è la necessità di una ginnastica educativa di sensibilizzazione.

Il tempo ci darà il responso, nel frattempo scusateci Demba, Mario, Moise, Kalidou, Romelu e chiunque sia stato vittima di queste barbarie.


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