Se gli allenatori di calcio fossero dei filosofi

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Gli allenatori come filosofi nel calcio contemporaneo

Insomma, quante volte abbiamo sentito parlare di filosofia di gioco? Tante. Tra queste, quante volte abbiamo associato l’identità di una squadra ad un allenatore? Per quale motivo lo facciamo? Si parla spesso di DNA societario, stile di squadra, approccio tattico: non facciamo altro che settare la nostra mente secondo parametri ideologici. E ci piace farlo. Ma piace anche agli allenatori. Alcuni dei più grandi manager in giro per il mondo, trasformano un approccio tattico (che sia offensivo, difensivo, conservativo) in un’etica di vita. Come una scuola di pensiero, come una missione ontologica. E mi son chiesto: e se gli allenatori di calcio fossero dei filosofi, quali sarebbero?

Pep Guardiola sarebbe Georg Wilhelm Hegel

La costruzione di un sistema: quando l’attuale allenatore del Manchester City ha esordito sulla panchina del Barcellona, ha riposto nelle sue idee la volontà di incidere significativamente sul corso della storia calcistica. Guardiola va a posizionarsi nella linea dinastica dei santoni del calcio totale: Rinus Michels, Johann Cruijff e Arrigo Sacchi.
Hegel si colloca nell’idealismo tedesco, ne è il maggiore esponente ed ha proposto una filosofia totalizzante, sistematica in cui “il vero è l’intero”. Per Guardiola il calciatore si risolve e si dimostra nel tutto che è la squadra: il gruppo che esalta l’individuo e quest’ultimo che ne è parte inscindibile.
Per non parlare del retaggio culturale di entrambi: la scuola hegeliana è uno dei fondamenti della storia del pensiero occidentale; mentre il “tiki-taka”, il “falso 9”, l’uso degli spazi e della costruzione dal basso sono dei fondamenti teorici e pratici di cui beneficiano tutti gli allenatori post-Guardiola. Insomma, entrambi hanno prodotti un accolito di ruffiani.

José Mourinho sarebbe Friedrich Nietzsche

La dicotomia che fa da antitesi a quella precedente: il culto dell’argomentazione, della disintegrazione del sistema. Ho sempre ritenuto Nietzsche, uno dei più lucidi argomentatori della storia della filosofia. E Mourinho è il comunicatore per eccellenza. Il filosofo tedesco si propone di consegnare agli archivi l’intero pensiero occidentale; l’allenatore di Setùbal vuole smontare i dettati dogmatici. Nietzsche e Mourinho sono gli anti-sistema per eccellenza: condividono un approccio distruttivo di critica pragmatica. Si propongono come i ferrei oppositori della metafisica filosofica o calcistica, ma sono entrambi investiti di una pura irrazionalità carismatica. Nietzsche scriveva, sul crepuscolo della sua vita, gli aforismi su un taccuino che raccoglieva anche la lista della spesa; lo “special one” custodisce gelosamente un taccuino di gara che, prima o poi, la filologia ci dovrà rendere. E poi entrambi hanno quell’aria di chi va al cinema e fa il tifo per i cattivi; anche perché, spesso, i “cattivi” sembrano proprio loro due.

Jürgen Klopp sarebbe Karl Marx

L’allenatore del Liverpool è un allenatore rock’n roll; non sopporta il calcio lineare di Guardiola, non ama il mentalismo smodato di Mourinho. Per sua stessa ammissione: “mi piace il calcio delle battaglie. La pioggia, il fango. Mi piacciono le partite dove si esce con la maglia zuppa e la faccia sporca”; non è questa, un’ode al proletariato? Karl Marx ridiscute la filosofia hegeliana e mina le fondamenta socio-politiche dell’Occidente, come il “gegenpressing” di Klopp. E poi il sorrisone di Jürgen è iconico quanto il barbone di Karl.

Carlo Ancelotti sarebbe Herbert Spencer

Carlo ha vinto campionati nazionali in Italia, Inghilterra, Francia, Spagna e in Germania; anche in campo europeo qualche coppa l’ha portata a casa, per usare un eufemismo. Spencer è stato un filosofo positivista che ha abbracciato i precetti dell’Evoluzionismo. E uno dei fondamenti dell’Evoluzionismo, è il sapersi adattare: chi meglio di Carlo Ancelotti ha saputo farlo? E poi l’allenatore dell’Everton ha quell’aria così pacioccona e gioviale, un savoir-faire positivo e rasserenante. Lontano dalle manie, dalla critica sovversiva o dal tambureggiante ritmo dei succitati.

Zinédine Zidane sarebbe Cartesio

Zidane è, al momento, con ogni probabilità il migliore allenatore al mondo. Cartesio è il filosofo il cui pensiero è ispirato da una ricerca razionalistica secondo cui tutta la conoscenza è fruibile dai concetti matematici. Nell’allenatore del Real Madrid c’è una calma estetica che fa pensare ad una conoscenza geometrica delle logiche del gioco. Ogni pezzo di campo sembra nel suo controllo, come se avesse calcolato tutte le possibili variabili di gioco. “Cogito ergo sum” per Cartesio, “Cogito ergo vinco” per Zidane. E geometrici sono anche i suoi zigomi.

Se gli allenatori di calcio fossero dei filosofi, Andrea Pirlo sarebbe ancora uno studente del primo anno

Andrea Pirlo, malgrado ci sia stato presentato come un maestro del calcio, è ancora fortemente acerbo. Non sappiamo quale sia la sua idea, se ne ha una; l’impostazione sembra di una squadra propositiva, ma si fa davvero fatica ad interpretare questo suo primo anno di vera e propria gavetta. Non ho menzionato Antonio Conte che, con Maurizio Sarri e Gian Piero Gasperini, con ogni probabilità andrebbe a collocarsi nelle diverse interpretazioni dell’Idealismo. Per tutti e tre l’oggetto (= l’impostazione tattica) precede l’essere (= i calciatori). E all’appello manca anche Massimiliano Allegri: ma non vorrei passare per un “teorico che legge i libri”, quindi lascio andare.