Sentenza Djalali sospesa: l’Italia contro la pena di morte

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L’Italia contro la pena di morte: Djalali non deve essere ucciso

La sentenza di Djalali è stata sospesa. L’Italia si schiera contro la pena di morte. Il nostro paese chiede all’Iran di non dare esecuzione alla condanna nei confronti di Ahmadreza Djalali. Il governo di Teheran ha accusato il medico iraniano-svedese di spionaggio per conto di Israele. Sembra dunque voglia dare esecuzione alla sentenza. Probabilmente questo atto è una “rappresaglia” dopo l’uccisione dello scienziato Mohsen Fakhrizadeh, avvenuta il 27 novembre.
Non solo l’Italia e la Svezia, paese di cui il dottore ha preso la cittadinanza, ma anche l’Unione Europea si sta mobilitando per evitare la sua morte. E insieme a loro si alza anche la voce di Amnesty International, che segue e monitora la vicenda dal 2016, anno dell’arresto di Djalali.
E forse qualcosa si muove: il sito persiano della Bbc annuncia la sospensione e lo slittamento di qualche giorno della sentenza.

Il caso Djalali: dall’arresto alla sentenza

La vicenda di Djalali comincia nel 2016. Nell’aprile di quell’anno, mentre si trova in Iran per delle conferenze, le forze dell’ordine iraniane lo arrestanto. L’accusa? Inizialmente di corruzione poi aggravatasi: si parla di spionaggio per conto di Israele. Secondo quanto riportato da Amnesty International, inizialmente il luogo di detenzione sarebbe stato segreto e poi il prigioniero sarebbe stato portato nella prigione di Evin di Teheran. Djalali si è sempre dichiarato innocente, ma dopo aver subito numerosi atti di tortura e di “pressione”, avrebbe registrato delle confessioni forzate. Lui era una spia di Israele: queste le parole che chi lo interrogava e lo minacciava aveva scritto perché lui le leggesse.
Il dottor Ahmadreza però continua a negare e addirittura affermerebbe che nel 2014 le autorità iraniane lo avessero contattato per “identificare e raccogliere informazioni provenienti dagli Stati dell’UE”. E dal suo rifiuto sarebbe scaturito l’odio nei suoi confronti.
Al contrario le autorità iraniane sostengono che l’ormai condannato avesse rapporti con l’intelligence israeliana per fornire loro informazioni su siti militari e nucleari in Iran.

Sentenza Djalali sospesa (ma non annullata)

Dopo quattro anni, la sentenza doveva essere eseguita. E a nulla sembravano valere gli interventi della Svezia, di Bruxelles, dell’Italia e di tutte le associazioni in difesa dei diritti umani. Probabilmente la miccia è stata l’uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh: il governo di Teheran accusa Israele del suo assassinio.
Le circostanze sarebbero ancora misteriose, ma questo non ha impedito la reazione.
Negli ultimi giorni si rincorreva la notizia del trasferimento di Djalali nel carcere di Rajai Shahr: questo trasferimento sarebbe sempre il preludio delle esecuzioni che avvengono all’alba del mercoledì.
Ma, nonostante questo, l’esecuzione del medico iraniano-svedese è stata sospesa e rimandata, anche se non annullata.
L’associazione umanitaria Iranian Human Rights ha dato la notizia, poi confermata dalla moglie di Djalali, contattata dal suo avvocato. Proprio questa associazione ha ribadito che il prigioniero non è ancora salvo e bisogna continuare la mobilitazione per salvargli la vita.

L’Italia con Djalali e contro la pena di morte

E proprio in virtù di questo l’Italia interviene e fa sentire la propria voce. La Farnesina ha chiesto al governo iraniano di non eseguire la condanna su Djalali, di non ucciderlo. L’Italia è da sempre contraria alla pena di morte e riconosce a ogni individuo dei diritti e delle libertà. Ma il motivo dell’”intromissione” non è solo questo: il dottor Djalali ha lavorato anche qui in Italia, presso il Crimedim di Novara.
Ed è dalla città piemontese che è partita una lettera al ministro degli Esteri Di Maio e una iniziativa in suo favore: 60 (e più) arringhe per Djalali. L’Associazione giovani avvocati (Aiga) di Novara ha avviato una maratona social per difendere il dottore incarcerato coinvolgendo moltissimi colleghi da tutta Italia. Prima dell’esecuzione gli avvocati hanno voluto difenderlo anche solo simbolicamente, perché un giusto processo dovrebbe essere garantito a tutti. E Djalali, un vero e giusto processo non lo ha avuto, la sentenza che lo condanna a morte non l’ha potuta neppure leggere. Ma non solo loro: le autorità italiane e quelle europee non hanno esitato a intervenire contro una condanna iniqua (come la definisce Amnesty) e contro una pena disumana, come lo è la pena di morte.

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