Trump vs TikTok

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Le nuove guerre tecnologiche

Balletti, doppiaggi, challenge: parole a caso? No, si parla di TikTok. La app cinese è la più scaricata e utilizzata degli ultimi tempi, soprattutto dai più giovani. Ma, pian piano anche i più grandi ci si avvicinano. E si parla di un Trump vs TikTok.

Il grande Nemico: Trump vs TikTok

Il suo successo è ostacolato, però, da un grande nemico: l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Proprio lui ha bandito l’utilizzo della app, a partire da settembre, su tutto il territorio statunitense. Il motivo? TikTok rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale, per l’economia e per la politica estera del paese. Il Partito comunista cinese potrebbe, infatti, appropriarsi dei dati e delle informazioni dei cittadini americani. Così sostiene l’amministrazione Trump.

“Non siamo una minaccia!”

Dal canto suo la app, attraverso il suo portavoce Josh Gartner, asserisce di non essere una minaccia per nessuno e anzi, accusa Trump di non avergli concesso un giusto processo. La società proprietaria di TikTok, ByteDance, ha provato ad ovviare al problema promettendo anche un trasferimento della sede da Pechino in California, ma a nulla è servito. L’azienda si impegna a tutelare se stessa e i propri diritti da un’azione che vuole estrometterla da un mercato vastissimo, orientato fortemente a spingere alla cessione della app a terze parti; ovviamente statunitensi (es. Microsoft). Se, infatti, i dati dovessero finire nelle mani di aziende made in Usa, non ci sarebbe nessun problema: la sicurezza nazionale, l’economia e la politica estera a stelle e strisce sarebbero salve.

La crociata contro la Cina

L’enorme successo dell’applicazione, l’ombra del nemico rosso e della concorrenza economica cinese fanno paura al presidente Trump.  Ma, del resto, il magnate americano sembrerebbe aver lanciato una crociata contro la Cina. Nella lista nera del commercio statunitense compare anche un’altra società cinese, Huawei, a cui sono state applicate sanzioni molto dure che rendono impossibile, o quasi, l’uso dei dispositivi: niente licenza temporanea, per consentire l’aggiornamento dei cellulari e degli apparecchi già in circolazione. “Huawei ci spia, non vogliamo la sua tecnologia”, è quello che ha detto il presidente Trump, in un’intervista a Fox News

Un embargo 2.0

La mossa attuata dagli USA è squisitamente politica: dalle sue motivazioni ai metodi. Il bando si è concretizzato in un ordine esecutivo, cioè un atto di prerogativa presidenziale. Il primo, datato 6 agosto, stabiliva un termine di 45 giorni entro i quali non sarebbe stato più possibile effettuare transazioni con la app. Poco dopo il presidente ha concesso 90 giorni alla ByteDance, per abbandonare gli asset statunitensi e i dati raccolti nel suo paese.
Estromettere, dal mercato statunitense, significa arrecare un danno economico non indifferente, un embargo vero e proprio, con conseguenze anche in Europa (come è successo per Huawei). Le nuove guerre non si combattono più in trincea ma sugli app store.