Sud vs nord: rapporti a prova di virus

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La crisi sanitaria e sociale dovuta all’espandersi del virus SARS-Cov-2 nella penisola sta appianando i disequilibri tra il nord e il sud Italia?

Immaginate di essere a casa con la vostra famiglia. Siamo alla fine di febbraio, la vita scorre normalmente. D’un tratto, il tg serale riporta una notizia sconvolgente: “ricoverato in ospedale un uomo di Codogno (LO) affetto dai sintomi preoccupanti del nuovo coronavirus. Si ricostruisce la catena dei contatti, si prevedono decine di infetti nel nuovo cluster lodigiano”.
Ecco, è iniziata così per molti l’esperienza traumatica della pandemia. Di lì a poco, il premier Conte avrebbe decretato le prime zone rosse, contingentate da militari e polizia, per impedire i flussi in entrata e in uscita, definendo, di fatto, il primo lockdown all’italiana della storia recente europea.

Il lockdown

L’idea iniziale, evidentemente, era quella di isolare solo determinate zone, nella speranza che la diffusione del virus avesse carattere locale e circoscritto. Si scoprirà presto che la portata della diffusione era stata, ingenuamente, sottostimata. Il governo è in subbuglio. Nessun esecutivo ha mai dovuto affrontare un problema simile. Il 7 marzo la zona rossa viene allargata a 14 provincie del nord italia (Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Venezia, Padova, Treviso, Asti, Alessandria, Verbano Cusio Ossola, Novara e Vercelli). Si pensava, quindi, che il grosso del problema fosse localizzato al settentrione. Ma non c’è voluto molto affinché, date le forte pressioni, il Presidente del Consiglio dei Ministri allargasse anche al Sud Italia – in ottica di massima prevenzione – le restrizioni vigenti altrove.

Il 10 marzo 2020, tutta l’italia è in lockdown. Tutto chiuso: negozi, locali, persino gli studi medici. Chiudono la maggior parte delle fabbriche, tranne quelle che hanno consegne in sospeso e possono garantire distanziamento e dispositivi di protezione. Nel caos generalizzato (e legittimo) dei primi giorni, la popolazione barcolla tra la possibilità di andare fuori per una passeggiata e quella di uscire per la spesa. Queste, sostanzialmente, le uniche due attività consentite.

A meno che tu non sia un essential worker. In quel caso, ci servi: “eroe!“.
È stato, probabilmente, il periodo di massimo splendore per determinate categorie di lavoratori: commessi, negozi di alimentari, dottori e naturalmente gli infermieri, categoria solitamente bistrattata che abbiamo riscoperto essere essential anche in periodi di pace, figuriamoci durante una pandemia.

Ma come si sono comportati gli italiani? Come hanno reagito ai cambiamenti radicali che ci hanno travolto da un giorno all’altro? Da nord a sud, già nei giorni prima del decreto che avrebbe sigillato ognuno nei 200 metri in prossimità della propria abitazione, molti avevano intuito l’andazzo, decidendo – forse incoscientemente – di tornare dai propri cari. È facile immaginare come, in un paese in cui l’asse degli spostamenti (lavorativi e scolastici) ha prevalentemente direzione sud-nord, molti meridionali che si trovavano momentaneamente delle regioni del nord decisero, d’impulso e spaventati, di prendere gli ultimi treni disponibili che percorressero l’appenino, per riportarli dalle loro famiglie. Un clima di incertezza costante per una situazione sconosciuta rendeva agli occhi di molti necessario lo spostamento, anche a rischio di un eventuale contagio.

Nonostante questi avessero l’obbligo di comunicare tempestivamente il loro arrivo alle Asl e agli organi preposti sul territorio, nonché di rispettare un regime di autoisolamento (che la stragrande maggioranza ha rispettato pacificamente), non si sono fatte attendere le reazioni, da più parti, nei confronti di questi ragazzi considerati untori nelle loro stesse case, nonché nemici della patria.

Apparentemente uniti

C’era la sensazione, secondo molti neanche tanto campata in aria, che il virus e l’emergenza sanitaria che imperversava da nord a sud avrebbero finalmente terminato il lavoro iniziato da Garibaldi&Co ben 159 anni fa: riunire gli italiani sotto un’ unica nazione, “fare” gli italiani.

E lo siamo stati davvero, italiani, per qualche giorno. Le differenze si erano d’un tratto appiattite. Ne è un esempio la sanità privata lombarda. Tanto elogiata in passato, iniziava a mostrare le prime crepe che, da lì a pochi mesi, avrebbero portato alle inchieste della magistratura sulla gestione sanitaria regionale, dove migliaia e migliaia sono stati i morti. Molti dei quali, si pensa, evitabili.
L’italia era finalmente sotto lo stesso tetto. Quello della malattia, certo. Ma eravamo tutti uguali. Le differenze economiche contano poco quando non sai se (e quando) tornerai a lavoro. Le infrastrutture pubbliche servono a poco, se non puoi utilizzarle. La tanto applaudita sanità nordica, col suo mix “efficace” (come lo definì l’assessore al welfare Giulio Gallera in un’intervista a marzo) di sanità pubblica e privata (ma con i finanziamenti statali)  è inefficiente o addirittura – come poi si è rivelata nello scandalo delle RSA – dannosa, se non è regolata dalla giusta impostazione politica.

“Andrà tutto bene”

Era questa la frase riportata dagli striscioni appesi su ogni balcone, da Bergamo a Palermo. Una frase retorica, certo. Ma allo stesso tempo necessaria. L’italia era fisicamente divisa, impossibilitata a incontrarsi ma paradossalmente unita, mai come in quei giorni, da un destino comune. Fatto di furtive passeggiate, corsette con il cane, spesa alimentare in fila indiana, saccheggio dei panetti di lievito.

Ma il ritorno dei vecchi odii storici, non si è fatto attendere. Non c’è voluto molto affinché la tradizione di pregiudizio e diffidenza reciproca tornasse prepotentemente a regolare i rapporti tra terroni e polentoni.
Questa è tipica di uno stato che non ha mai avuto una sola nazione, così come mai ha realmente avuto una sola lingua e una sola economia. Come una coppia che non si è mai amata, ma ha deciso di sposarsi e vivere insieme, l’Italia del Nord e del Sud oramai vive come tra separati in casa. Dopo il momento di massima difficoltà, siamo tornati ad odiarci.

Una certa politica è tornata ad inasprire gli animi. Si discute su chi si sia comportato meglio (o peggio) degli altri. Il virus ha mostrato che anche un’ economia forte, come quella delle regioni settentrionali, nulla possa fare per contrastare i fenomeni che l’economia stessa né tantomeno la politica possono controllare. Si è scoperto che il modello sanitario lombardo, basato principalmente sulla sanità privata (che quindi tenderà inevitabilmente a pensare prima al profitto), forse non è l’ideale per gestire situazioni di massima emergenza pubblica.

Al contrario, il denigrato Sud pare non aver sofferto troppo i contraccolpi della sanità e dell’economia. Si riteneva che le fatiscenti strutture meridionali non avrebbero retto il numero di malati previsti, finendo per collassare. E con essa, a catena, l’intero sistema sociale. Si temevano rivolte, saccheggi, devastazioni. Nulla di tutto ciò è accaduto. Alle regioni del sud è stato imposto il lockdown (con le sue conseguenze) come nel resto d’Italia. Ma il numero di casi nel meridione non è mai stato neanche lontanamente paragonabile a quello del Nord, anche considerando la solo Lombardia. Il Sud, forse, si è sacrificato per il bene dell’Italia. Di nuovo. Come ai tempi dell’unificazione, il Sud è stato sacrificato all’altare dell’economia capitalistica settentrionale.

L’italia non può ripartire se non riparte il sud

Dopo decenni di trascuratezza e subordinazione (dovuta anche alla stessa classe politica meridionale che amministra le regioni del Sud) la ripartenza post-covid sembra l’occasione adatta per tentare di appianare le differenze, evidenti, tra le diverse latitudini del territorio italiano. L’Europa ha infatti varato un piano di aiuti mastodontico: ben 809 miliardi di euro. Questi verranno ripartiti sulla base di tre fattori: il tasso di disoccupazione, la popolazione residente e il reddito pro-capite. Con queste premesse, l’Italia vedrà assegnarsi la quota maggiore tra gli stati dell’Unione. Verranno versati nelle casse dello Stato la bellezza di 209 miliardi di euro, vincolati alla spesa per implementare il settore della sanità in primis, poi per il sostegno alla ripartenza dei vari ambiti produttivi e delle attività lavorative in crisi e quindi infine per il sostegno alle famiglie.

Una buona notizia per l’economia del meridione, sofferente già prima della pandemia. Saranno infatti 145,2 (il 70% del totale, superando la clausola del 34% obbligatorio stabilita in precedenza) i miliardi destinati alla ripartenza del Sud Italia. A fronte dei 63,7 miliardi spettanti al Centro-Nord. Una manovra chiaramente orientata ad aiutare il meridione (e tutti i territori svantaggiati, i “meridione” degli altri paesi), come dichiarato nelle stesse conclusioni del Consiglio Europeo : “obiettivo di questa rubrica è contribuire al valore aggiunto dell’UE promuovendo la convergenza, sostenendo gli investimenti, la creazione di posti di lavoro e la crescita, contribuendo a ridurre le disparità economiche, sociali e territoriali all’interno degli stati membri e in tutta Europa“.

Una magra consolazione, al netto dei decenni passati in cui fondi e risorse venivano sistematicamente dirottati verso le regioni del Centro-Nord.

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